Lupingu
Lupingu è un posto splendido, in riva al lago Malawi con un monastero che svetta dal colle. C'è un piccolo porticciolo dove arriva costantemente pesce fresco mentre le donne al lago lavano i panni.
Non so perché ma tutti avevano una casetta anonima sul delta del fiume nascondendosi completamente il panorama.
A lato della valletta c'era invece un'unica casetta in una posizione splendida ombreggiata da un gigantesco baobab.
Tra i fili a stedere vedo una figura di donna che mi osserva. Noto la sua posizione fiera, la figura slanciata. La saluto e mi risponde con un cenno.
Passo oltre e mi cerco una spiaggia tranquilla per fare il bagno, qui uomini e donne non fanno il bagno assieme e non si gira in costume così m'allontano per non perturbare la calma di nessuno.
Al ritorno passo davanti alla casa del baobab e la vedo che lava i panni mentre due bambini giocano a fianco. Passando la saluto e il suo sguardo fiero mi scuote. Mi dice qualcosa che non capisco ma invece di chiedere passo dritto preoccupato per una barca di pescatore che ronzava intorno.
Il giorno dopo mi resta il tarlo e mi ritrovo a camminare sulla spiaggia passando davanti alla casa del baobab.
Inizia un acquazzone che cerco di ignorare ma davanti alla casa trovo lei con due donne anziane. Commento ad una di loro sulla pioggia e lei mi invita a ripararmi nella casetta.
Mi ritrovo così seduto nella casetta di mattoni con Devota e tre bambini. Una bambina piccola la tiene tra le gambe mentre io gioco con un altro bambino. Mi chiede qualcosa ma io non capisco nemmeno quando ripete e allora annoiata prende la mia grammatica e inizia a leggerla.
Il tempo passa, io continuo a giocare col bambino ma non la guardo. Sento un senso di colpa per esser lì, mentre gli uomini son fuori a pesca io intruso violo l'intimità di una famiglia. Le chiedo così se piove ancora, le mi risponde "ancora un poco" senza guardarmi e li decido di lasciare la casa.
Il giorno dopo son le cinque del mattino e son seduto sulla spiaggia con altra gente che non vedo in faccia per l'oscurità ad aspettare la barca che ci avrebbe portato via. Nonostante l'ora del mattino una Martina mi tartassa di domande che capisco sempre alla terza ripetizione. Non tanto perché migliora il mio swahili ma perché la sequenza è sempre la stessa: "come ti chiami", "da dove vieni", "dove vai", "quanti giorni ti sei fermato qui", "cosa vai a fare a Matema". Intanto che ci intratteniamo nel buio della notte mi rendo conto della bella esperienza che avevo fatto. Era stato bellissimo salire sulle barche dei pescatori a tirar le reti e dividere il pesce, a giocare a calcio coi bambini e schizzarli in acqua, a cucinare chapati e ugali con la Perpetua del prete e le lunghe discussioni sul terrazzo con il parroco di quel incredibile monastero nel deserto. Mi rimaneva però un rimpianto e una volta arrampicato sulla barca di legno che partiva volgo lo sguado su dove dovrebbe essere la casa del baobab.
Poco dopo esser partiti vedo una lucina sotto la casa. Lì sale una speranza e mi sembra di riconoscere la sua silouhette sulla spiaggia. C'è gran confusione mentre la gente sposta valige e carica sacchi di frutti e mais, galline e bastoni. Alla fine son convinto che sia rimasta a Lupingu mentre una donna sale sulla barca e pian piano trova posto in parte al mio.
Mi risveglio un'oretta dopo e già si stava facendo giorno. Mi accorgo che la donna al mio fianco in realtà è giovane e non la riconosco in Devota ma mi sembra carina, forse la sorella. Volevo chiederle se era sua amica ma mi ignora apertamente e la lascio riposare e prendere tempo per calmare sua figlia.
Quando poi passa il bigliettaro sento di nuovo il suo nome, "Devota". Allora la guardo e le dico "allora ieri sono stato a casa tua". Lei annuisce prima che finisca la frase come dire "sì, cretino" e sembra non voglia continuare la conversazione. Solo qualche ora dopo parlerà un po' con un tipo di fronte ma non capisco neanche una parola e non riesco a condividere la chiaccherata. Nelle dieci ore di viaggio la guardo ogni tanto di sottecchi mentre gioca con la figlia o si muove per guardare il panorama. Non so come ma trovavo le donne qui parecchio invisibili, non le notavo, non le trovavo attraenti. Mi son anche trovato a ballare molto stretto tra strusci e palpate con una alla maniera africana ma non m'ha dato nessuna emozione. Lì mi trovavo completamente ebetito, senza sapere cosa dire o fare. Beh, sapevo cosa dire ma non come dirlo, cosa non da poco.
Nel frattempo la barca continua lentissima verso Matema facendo mille fermata per prendere materiale o gente. Durante una fermata delle donne con dei catini galleggianti si avvicinano alla barca e vendono cibo. Lei prende una pannocchia e la divide con me e la figlia. Le chiedo se vuole del pesce e prendo un cartoccio con banane e pesce fritto e sulla barra che ci divide allestiamo un piccolo tavolo dove da li a poco aggiungiamo del pane e dell'altra roba fritta.
Condividiamo il cibo e ognuno ritorna al suo silenzio. Dopo un po' mi perdo a guardarle la schiena ma lei se ne accorge e la copre con uno scialle. Nel frattempo le offro il mio maglio come cuscino e dormiamo testa a testa.
Quando arriviamo a Matema dieci ore dopo non ero riuscito a parlarci. Come scendo sulla spiaggia la solita orma di gente mi assalta per cercare di vedermi qualcosa e li evito a malo modo.
Tra questi un energumeno mi viene addosso e mi offre un passaggio per Kyela, gli rispondo di no ma mi rendo conto che conosceva Devota e che sarebbe salita sull'auto. Ero curioso di vedere Matema e decido che comunque non sarei salito su quell'auto. Così mi giro per salutare Devota e augurargli buon viaggio. Mi risponde con un largo sorriso e mi sembrava quasi che si stesse abiutando a me. Chissà se fossi andato a Kyela anch'io.
Infine mi rimane questa visione della casa del baobab in riva al lago e questa figura fiera che guarda con sguardo fermo il lago mentre cerco di indovinare i suoi pensieri intricati in un lingua che non m'ha permesso di conoscerli.