jungla
Il patio è illuminato ma in corridoio c'è penombra. Si vedon due braccia esili che terminano una colazione con la speranza che il cibo leni l'assenza di sonno di un'altra notte passata sobbalzando su un autobus. Il caldo non da tregua e si cerca di rimanere svegli finché il furgoncino non passerà a prenderci. Stende le gambe pensando al sedile stretto e alle ginocchia che vorrebbero camminare un po' ma saranno sobbalzi e stretti sedili per altre ore. Spero parta con il nostro tour ma non oso chiederlo, sembra per i fatti suoi e capisco la sua diffidenza.
Arriva il chófer ed il gruppo è formato, ci accomodiamo stretti, ognuno tra i suoi pensieri pensando a cosa arriverà o semplicemente a recuperare un po' di sonno.
L'auto arriva infine a destinazione, un porto, da li si scende e si risale su una barca e finalmente si vede uno splendido fiume, il sole è caldo e la foresta brilla di un verde intenso. La barca ondeggia lievemente ed ognuno è ancora assorto nei propri pensieri. Lei poi fa per scendere, il suo zaino è gigantesco ma non vuole aiuto, però per le scale mi giro e le prendo le borse, sorride dolcemente. Camminiamo per il sentiero curiosi di capire cosa ci sarà dopo le frasche, il suo grosso zaino verde ondeggia, sotto due esili lunghe gambe si muovono trepidanti per la nuova avventura.
Si parla un po', ci si racconta, ci si conosce un po' tutti, lei in viaggio da tanto e per nulla stanca, la curiosità la tiene viva e srotola una lista di posti che vuol vedere. Il resto non importa, si farà dopo. I soldi e gli impegni si sistemano, ora vuole solo conoscere. Nel caldo del meriggio a pranzo racconta altri pezzi della sua vita, della strada che vuole prendere, determinata, sicura di sé.
Mi presta un libro, racconti mapuche, è appena tornata da uno scambio a Santiago, le interessa l'argomento, un tema molto sensibile, storie difficili da capire, a volte truci. Mi dice che è abituata a queste tematiche e sicuro non le fa senso.
Inizia la prima attività ed usciamo nel bosco, la guida ci porta in giro e ci racconta storie di animali e di piante, come funziona la foresta tropicale e cosa possiamo sperare di incontrare. Scendon le prime gocce, tira fuori un poncho trasparente rosa, con sotto un top nero ed una borsetta blu le dico pare perfetta per un prêt a porter, ride, la pioggia ora scende a catini, gli altri scappano, noi con calma ritroviamo il cammino, passo per passo. Tornati indietro la guida era partita a cercarci, sarei rimasto anche più a lungo sotto l acqua.
Col buio poi usciamo di nuovo a cercare gli insetti più particolari, prende la torcia ed esplora, guarda, chiede. Quando poi arriviamo ai nidi di tarantola sta ben indietro ma in punta di piedi cerca di avvicinarsi, la curiosità è tanta.
Dopocena rimaniamo a lungo sui divani della terrazza a dir sciocchezze, l atmosfera è lieve, non c'è internet, nessuna distrazione ma presto spegneranno il generatore. La sveglia è alle quattro, comunque non ci sarà molto tempo, dice non ha voglia di dormire ma chissà che intendeva. La accompagno alla sua capanna e mi dirigo alla mia, pronto per crollare sul letto.
È ancora notte quando ci svegliamo, una colazione frugale e giù al molo. Quando la barca parte vediamo pian piano sparire le stelle, il più tenace è saturno che ancora accompagna l'alba. Vedo il sole che sorge e che brilla tra i suoi capelli, dandole un aura di fuoco attorno alla testa, curioso di sapere dei suoi pensieri. Un sopito caimano viene svegliato dal nostro motore e goffamente si allontana dalla riva entrando in acqua e nuotando via scocciato. Un [tapobata] ci vede e scavalca l'argine lasciando il cucciolo a miagolare confuso sulla riva. I muri di argilla sono dovunque ora ma gli uccelli non sono ancora svegli, abbiamo ancora tempo.
Scesi dalla barca percorriamo una lunga passerella in legno sospesa tra gli alberi ed arriviamo all'osservatorio. Ci sistemiamo, sappiamo l'attesa sarà lunga, questi rituali sono lenti, possono venir interrotti per un nulla. La guida eccitata ci chiama in silenzio ogni volta che riesce a posiziare il telescopio sui rami dove i macao si posano, ci racconta dei comportamenti e delle differenze tra le specie. Il tempo passa ma ancora restano diffidenti e si spostano da un albero all'altro percependo presenze che non li mettono a loro agio per arrischiare la discesa al terreno. Il tempo passa, e tra una tazza di caffè ed un passaggio di binocolo la guardo muoversi tra le fenditoie dell'osservatorio, con grazia, con curiosità.
Torniamo indietro, la pausa è lunga, lei non ha voglia di riposare. Io voglio registrare i suoni della foresta e lei mi segue. Prima volta soli. Il caldo ora è forte, la maglietta bianca in lino mi aiuta a sopportare un po' il caldo ed il sudore. Lei è meno sofferente di me ma un velo d'umido le ammanta le spalle le percorre la schiena e a tratti si asciuga la fronte con un top leopardato che aveva messo la mattina che buffamente accentua la scena un po' selvaggia. Ci parliamo e raccontiamo, ogni tanto ci scambiamo uno sguardo intenso da sfinge nordica quale che è. Non riesco a decifrarlo ma la tensione si la sento, e non aiuta. Arriviamo ad una torre altissima, una chiocciola alta almeno 40 metri che si staglia sulle fronde degli alberi. Non abbiamo il permesso di salirci ma lei sicuro non lo chiede. La seguo e procedo evitando il suo buffo bastone taglia ragnatele. Arriviamo in cima, la vista è bella ma un po' monotona sotto la luce del meriggio. Cerco una scusa per fotografarla ma non vuole, una per avvicinarmi ma i moscerini non ci danno tregua, scendiamo. E così di farfalla in fiore sempre qualche motivo per avvicinarsi. Mi porta qualche passo fuori dal sentiero, son dietro di lei, col microfono allungo il braccio quasi ad abbracciarla, lei ancora sfinge, immobile. Camminando cade un ramo, la cingo come per proteggerla, per stabilire un contatto. Dopo un po' si svincola, altra occasione persa.
Torniamo indietro, il caldo è atroce e cerco in qualche modo di rinfrescarmi ma peggiora soltanto, il pranzo è un calvario e non riesco a smettere di sudare. Mi vergogno, cerco scuse ed ombra.
Poi però torno sui divani e compare con una lunga veste, si adagia e la stoffa scivola veloce sulle gambe lisce. La veste la agita, si fa vento, muove le gambe, le alza. Il tutto come se non facesse abbastanza caldo.
Finalmente acqua, si inizia con il kayak. Scendiamo a riva con i plasticoni e ci dicono di scendere la corrente fino all'isola dove verremo recuperati. Muove i remi goffamente e spazientita si lascia un po' trascinare dalla corrente. Si gode la natura anche se quel movimento non è suo. Finalmente si concede a qualche foto sorridente al sole. Arriviamo sull'isola, finalmente rinfresco. Mi vergogno in costume dopo le feste natalizie e sto un po' lontano, cercando disperatamente di abbassare la temperatura ma guardando di tanto in tanto il suo corpo snello, forse anch'esso lontano dallo sport per l'inverno.
Torniamo, il sole le illumina di nuovo i capelli, sopra rossi e sotto biondi facendo un effetto aureola, la foto la vuole solo con il suo telefono ma dopo almeno ne fa una a me e mi gongolo un po'.
Torniamo, ci buttiamo sui divani, toglie la maglia a maniche lunghe per le zanzare con una disinvoltura spiazzante che fa però spezzare il fiato.
Ora è scesa la notte e usciamo in barca quando le rive si popolano di vita notturna, si siede di fronte a me, ne riconosco la silhouette leggera al riflesso di luna. Appoggio il braccio al suo poggiatesta e ne sento l'odore dei capelli. La barca s'avvia e la guida sonda le sponde con lampi di luce alla ricerca dello scintillare verde degli occhi dei caimani. Il silenzio ed una stellata gigantesca. La guida è triste per la ricerca senza successo ma finalmente il motore si spegne e la barca lentamente scorre indietro alla deriva. Le stelle sembrano corrano dietro ai contorni scuri degli alberi mentre la barca scivola nella notte. Lei si sporge per vedere meglio le stelle, la sua mano sul parapetto si intreccia alla mia. Un lento incrocio di dita durante i lenti dondolii della barca. Poi si volta, vedo mi guarda ma non ci riconosciamo i volti né le espressioni, si adagia sul sedile, forse cercando una mano tra i capelli, forse scocciata.
La cena è un altra tortura di caldo opprimente, scappo più volte cercando refrigerio poi cedo, torno tra i divani della piattaforma, lei sembra capire la mia difficoltà e non né da peso ma più difficile è reggere il suo sguardo. Anche quest'altra serata scorre leggera, le battute continuano ma ancora si fatica a star da soli. Salta la luce, non abbiamo neanche i telefoni, sento la sua voce, si continua a scherzare.
Cerchiamo a tentoni la via per le capanne sbagliando più volte ed ancora indugia sul cielo stellato, sento il suo corpo vicino, ci raccontiamo storie. Ancora ci manca l'intimità e pensiamo al congendo con tutti, un tenero abbraccio chiude la serata e proietta al giorno dopo.
La sveglia rituona alle quattro e mezza ma oggi la testa non si attiva. La camerata si convince c'è la tempesta ed è tutto saltato. Torno a dormire ma i sogni mi tormentano, la vedo in sogno e capisco sto perdendo tempo. Mi alzo, esco e la vedo tornare dalla foresta con la guida di cattivo umore perché nessun'altro è venuto. Lei mi mostra le sue foto, di lei sul parapetto come volando sulle nuvole sparse tra le cime degli alberi mentre il sole sorgente infiamma la giungla dalle ande all'atlantico. Mi accorgo dell'errore, della debolezza. Lei si stende sfinita sull'amaca e mi racconta, mi appoggio al palo, da sotto la faccio dondolare muovendo la spessa stoffa rosa ed in dormiveglia mi racconta di desideri, entrambi guardando nella stessa direzione, senza vedersi.
Si riparte, questa volta andiamo tra lagune e paludi, un altra marcia lunga ricca di storie e aneddoti. Questa volta però le zanzare affaticano, il caldo non da pace ma la guida noncurante si siede e racconta. Lei ha un altro top, questa volta nero come i pantaloni stretti sulle lunghe gambe, si muove agile come un puma tra i tronchi d'albero e le frasche. Ascolta le storie, cerca con il binocolo. Io sto in disparte cercando di gestire in qualche modo il caldo e purtroppo le prendo distanza per tutto il tempo.
Il rientro è l'ultima occasione prima della partenza e devo riuscire a starle vicino, devo vincere il caldo. Per fortuna c'è una piscina ma entrarci non basta. Prendo un lungo respiro e chino il capo nell'acqua ad occhi chiusi. Contraggo la pancia e sento il mio corpo da lievitare a scendere dolcemente. Non ho più riferimenti, sento solo una forza che mi trascina sott'acqua blu scuro. È buio, non ho più riferimenti, sento il corpo che lentamente incontra il pavimento. A quel punto ci sono solo i battiti del cuore che sembrano rimbombare come onde nell'acqua. Ho ancora tempo, ripeto e ripeto. Trattengo il respiro sempre più a lungo. I battiti scendono ed il corpo si calma, finalmente.
Mi sento nuovo, a pranzo le siedo di fronte senza più nascondermi, senza dover più asciugare la fronte, è più in difficoltà lei ora avendo fatto di corsa. Così la posso guardare, negli occhi, uno è blu come uno sguardo nel passato e l'altro verde che vede nel futuro. Ci perdiamo in occhiate nel nostro solito impaccio generale ma con intensità e intesa.
Partiamo, molo e poi barca e lei tesa con la tensione del volo imminente. Contavo su altre due ore ma come la barca attracca il furgone non c'è e le offrono un altro passaggio. Le sto di fronte, un saluto veloce, un augurio per i prossimi spostamenti e già un senso di vuoto sperando che il tempo non ci tenga troppo lontani.