ikimasu
Del caffè di un vicino in treno le macchia i pantaloni. Si contrae, non dice una parola, non fa un gesto come se non sapesse se è peggio lamentarsi o subire l'imbarazzo. In qualche modo me ne accorgo e le porgo un fazzoletto, si pulisce e nel ridarmi la stoffa infine mi guarda e ringrazia anche se non credo per l'aiuto ma più per averle tolto l'imbarazzo di dover rimproverare.
Il porto è dentro una baia a più fiordi, carcasse di navi sulla destra in principio sembrano in fase di restauro ma ad una seconda valutazione sembran piuttosto in rottamazione. All'attracco si scopre un piccolo paesino incassato in una valletta invasa da vegetazione tropicale. Le vie sono strette e le case una sull'altra. Solo dei piccoli motorini sfrecciano tra le stradine mentre gli ultimi spacci alimentari assopiti aspettano l'ora di chiusura. A piedi si scavalla verso la prossima baia, l'isola è piccola ma piena di baie tra una valletta e l'altra. Ogni angolo è un segno del tempo, vecchi elettrodomestici giacciono ovunque e sembran non essere toccati da decenni, corrosi dalla ruggine. Pezzi di ruspe ed auto si scoprono tra la vegetazione e gli alberi che gli sono cresciuti attorno li custodiranno per lungo tempo. La baia oltre il passo è tutta coperta di cemento quasi la spiaggia fosse troppo delicata per tutta la ferraglia arrugginita ammassata sul pelo d'acqua. Non sembra possibile trovare un varco tra il cemento e avvicinarsi all'acqua.
Verso la baia prima del passo uno studente ancora in uniforme vede una vipera per strada, gli si avvicina e con due bastoncini le prende la testa e la solleva finché la stringe tra due dita e la muove attorno senza dire una parola.
Un altro centro abitato dove nessuna casa ha qualcosa in comune, chi pietra, chi legno, chi lamiera o altre pareti recuperate. Forse il sentiero porta ad una baia più naturale ma il passaggio sembra poco agevole. Nel mentre tanti capannoni improvvisati, per lo più dismessi lasciati lì come ricordo. Ai crocicchi si trovano spesso tempietti, qualcuno ufficiale, altri molto più pagani. In cima al monte dovrebbe esserci un tempio e così si prosegue lasciando le casette ed entrando in un sentiero dove sempre più corvi ci volano sopra la testa seguendo la direttiva della strada. Ormai si sente solo il loro vociare.
Il caldo umido è pressante e le zanzare non si mostrano timide. Ricordo il cartello in dogana che allarma su febbri tropicali e trovo qualcosa che rotei intorno me. Ai lati della salita si vedono cenci e rifiuti ovunque che la natura prorompente pian piano assorbe nel terreno. Il tempio è chiuso ma troviamo uno spiazzo da dove si vedono le prossime isole e scogli. La grande isola anche ha tante insenature e morbide curve che ne definiscono il contorno ma gli scavatori stanno completamente rimuovendo la montagna. Chissà perché un tale paradiso deve venir raso al suolo.
Poco più sotto un grande edificio completamente dismesso che ricorda un lontano tentativo di animare l'isola. Del salone delle feste e ristorante restano solo macerie.
Sulla costa finalmente un piccolo fazzoletto di sabbia dove si vedono le prime timide onde contornato da resti di navi da demolire. Una gigantesca officina da fabbro, tutta rossa ruggine viene illuminata a intermittenza dal fuoco della fornace. Il porto sembra vicino ma una lunga insenatura rende il cammino molto distante dal nostro ultimo traghetto. L'insenatura è come un lungo fiordo pieno di navi addossate una all'altra di ogni forma e armamento. Non si vede anima viva come se ci fosse poco da visitare attorno a quei moli. Giunti al porto c'è ancora una persona a cui chiedo se siam in tempo per l'ultimo traghetto. In lingua locale credo dica di sì, pare molto gentile ma è come se non capisca che non conosco la lingua e non ho idea di cosa mi racconti. Il traghetto poi arriva che è già l'imbrunire e quando salpa un pallido rossore di tramonto circonda l'isola fino lentamente farla sparire nelle tenebre.
Ritorno ai 90 in giappone
Visitare il giappone ricorda molto tornare negli anni 90. Quando andare all'estero ti faceva ancora sentire un viaggiatore, quando l'inglese non era così internazionale e bisognava esprimersi a gesti. Le città grigie e piene di gente affrettata e tanti piccoli passaggi successi in europa nel frattempo. Non si vede la ricerca del verde, le ciclabili, sport nei parchi, vestiti tecnici e comodi... Tutti quei passaggi che han portato i cittadini d'Europa ad essere più vicini alla natura e fisicità. I caffè all'aperto, i plateatici fuori, la vita di quartiere. Le città inglobano, la gente cammina di fretta e non trova ne una piazza ne una panchina. I parchi sono pochi e lontani e comunque sono pochi quelli che li frequentano. In compenso è pieno di quei lavoratori che son scomparsi da noi, gente che pulisce le strade con scopa e paletta, gente che gestisce il traffico ai cantieri, tanti lavoratori che passano le giornate assieme fuori. I viali con pr e ragazze immagine che cercano di portarti in dubbi bar di ragazze. Gli studenti in uniforme,
Uniformi, pr, senza inglese, molto nazionale, internet senza inglese come non averlo, pochi viaggi, poca conoscenza dell'estero, vagoni solo donne, separazioni di genere.