fatica

Fatica

Passato l'angolo si apre uno spiazzo tra gli abeti innevati e dalla foschia si mostra un pallido sole il cui bianco si riverbera nel cielo e nella neve tutt'attorno. Un unico colore, bianco, che da forma e nome a tutte le cose attorno, che assopisce i contorni e attenua i suoni. L'unico rumore viene dallo scricchiolare degli sci e dal fiato corto che in bianche nuvolette isola il calore umano da quei meno diciassete riassunti in piccoli ghiaccioli sulla barba ed il bordo del berretto.

Da quella pozzanghera gelida vedo un pezzo di cielo riflettersi nell'acqua ed il fango freddo riempie i vestiti e mi entra nei capelli e nella barba. Dall'occhio pesto vedo sfuocate le gambe del mio compagno e l'ovale in mezzo. Ordini confusi volano in aria mentre si aspetta di ricostruire l'azione e ripartire a sfondare la linea.

Pensavo l'infinità non avesse limiti ma quell'interminabile sequenza venne interrotta su quell'ultima pedalata dove l'energia ha lasciato un corpo ormai esausto sulla salita per la torre di Gauss.
Le forze fluivano man mano da quelle gambe che intentavano un nuovo movimento per raggiungere la panchina dove il corpo cadde inconscio in un sonno incontrollabile.

Ogni boccata di quell'aria gelida è un crudo risveglio mentre si passa tra il cancelletto di corsa e si contano i giri in meno sebbene l'ultimo sembri non arrivare mai. Ci si guarda per coordinare una ritirata, poi però si accellera per abbreviare la sofferenza e pretendere uno sconto sul programma a venire.

Da Lontano

Sempre al solito, non volevo neanche partire. Poi le gambe si son messe a correre e i piedi saltavano da una pietra all'altra in un entusiasta gioco di velocità.
Ieri era inverno, oggi uno scirocco fuori stagione scuoteva gli alberi come per dargli vita e scuoteva le persone come per risvegliargli la vita.
Il vento sembra compagno e consigliere, unico sonoro sfondo di quella ascesa tra le frasche.
Arrivato in cima il tono non risentiva della fatica e guidato da quel estemporaneo compagno la via si riaprì per altre direzioni, nuovi sentieri e altre prove. Ma fu il ritorno che mostrò la vicinanza con l materia.
Ingannato da un fallace cartello mi ritrovai fuori pista a percorrre il letto d'uno spento fiume.
L'audacia dell'acqua aveva creato un ambiente fantastico di cunicoli e anfratti creando dappresso ad un'alta parete di roccia uno spiazzo protetto e isolato, accogliente come una casa.
Ma fu quando incontrai l'acqua che mi sentii più unito al luogo senza bisogno di un posto fisso.
Mi muovevevo comovente e fuso negli elementi attorno che con diverso scorrere accompagnavano formavano la mia corsa.
Alle spalle il vento, che lì mi aveva guidato, aprì uno spiraglio di luce illuminante la mia ombra dritta lungo il canalone.
L'acqua che non potevo sporcare coi miei passi dava quel confortante rumore di presenza e la terra sosteneva i miei arti.
Ad un certo punto il flusso si adagiava su una roccia su cui posi le mani e lasciai scorrere il liquido fino ai gomiti.
A quel punto bevvi con le labrra appoggiate alla roccia, come in un rito pagano suggellavo la mia unione con gli elementi del luogo mentre il vento scorreva sui capelli e la luce rischiarava la fronte.
La disceva sembrava non dover finire, sembrava non dovessi mai smettere di scambiare il mio respiro con l'esterno, l'umido con l'interno.

Seduto ad un tavolo la corsa è finita.
Asciutto, pulito e al riparo lascio che la mente ricordi quel che i sensi san solo provare.