NEL TUO ODORE
Nel tuo odore è un poema di 33 canti in terzine dantesche scritte da Seba inizio anni 2000.
CANTO PRIMO
I SUADENTI OCCHI NEGAVANO AL SOSPIRO
fragile forza che aveva in loro la
allora luce accecante che ad ella aspira.
Quale iraconda solerte fata non comprende
Che di attanagliare fa il prossimo maestro?
Oramai raggrumolato, che più non offende;
Meravigliosamente poi fatto come nostro,
non mai se per il prossimo da un sì dipende.
Di certo non immune dall’abuso di droghe
Che lo travagliavano a dire come rughe,
Pensando di questo affare conscio Arrigo giunse
Da imbarellato, fino all’ameno luogo,
Finché storia di sé stesso quando ormai anziano;
Stesso Arrigo mandò a cercare non lontano.
L’uno era intento, per l’altro un grande rogo,
nella stanza che Arrigo nel futuro vinse.
il cane Rufus fiutò l’odore che sogniamo:
vile fegato post-liofilizzato annacquato
alla viva partenza della adorata stanza.
Qual boia, poteva realizzar la società,
Privata energia propria nel viaggio che farà,
stata accantonata e per sempre immanente
la gravosità dello spirito putrescente.
quando alla stanza furon dati movimenti;
era comprensibile il potenziale solo,
tanto che la folla era acclamata da luce.
Nella folla Arrigo, confuso non più di loro,
vide sua figlia recantesi da lui correndo:
- io conosco, rimembro il tuo viso procace:
come quando da bambino correvo verso te-
lei aggiunse:- io sono Alessia, tua figlia Arrigo
ti ho visto partire, in me ti sei profuso.
È normale, pure ovvio che tu sia confuso-
O brutto muso! Sai che Arrigo è in una stanza,
che il ricordo è una pietanza, narra del viaggio,
frodo all’eternità dei popoli; e delle cangianti budella
di chi la stima per vivere nell’oculata ricerca
e nel pieno senno eterno e ciclico posa.
- sono contento- disse Arrigo- del manufatto
che a te mi porta sempre e solo di fatto.
se esso è conscio io ne sono il soggetto-
- non hai mai detto una cosa più importante!
dopo tutto, cosa può essere un istante?
Attingi alla forza che non ti è dovuta,
il tuo rapporto con essa è la prepotenza
coatta, sfoderata come è solo la vita-
di chi posse però capire la dinamica,
quale l’astuta, annessa, vitale correlanza?
Nessun riguardo tecnico aveva per la stanza
Chi alla morte era condotto ad oltranza,
Indiniegabile com’era il solo flusso
Dal disprezzabile vigente rispetto addotto,
guru di una sola vita non eran puzzo.
Non è però ora il momento di spiegare;
Lo è infatti per chi riesce a ricordare;
Nessun tra loro potrà fare che apprezzare,
Se come io credo è il caso di viaggiare;
L’incontenibile e veloce lucentezza
Che neanche copiosa morte orgiastica disprezza.
Ha o non ha a che fare col tempo? Sapremo.
La stanza poi scomparsa durante il concerto
Di bagliore lucente, conciso e supremo;
Nella angusta ombra mascherò il neo-concetto.
CANTO SECONDO
- DEFI! NON FARAI DI OGNI PROCELLA UN COSTO!
Semmai ti troverai ad affrontare la noia,
Penserai a me che non mi trovo al tuo posto-
- Rio, tu sai quanto mi piace il fresco foraggio,
se calerà su di te l’ira come un boia,
non sentirti regredito, ma abbi coraggio!-
come in un riflesso dicevano due destri
ureavidi che da goidi erano condotti,
all’ira, alla morte, all’insaputa cotti.
l’ureavido vive, è pura energia pensante
e il goide lo muove nel mondo circostante.
Su di loro incombeva sollecitata piaga:
i sommossatori che li facevano pesti.
goidi il loro cibo evoluti, che adulti,
in un bozzolo in cui gli spariva la bocca,
dopo una vita a non parlare e muti
e ciechi e sordi, erano indipendenti;
e al castello si dirigevano scontenti.
- tu sai che io non posso individualmente odiare
chi all’ira ci porta perché non può mangiare;
però altri da fuori ci sanno consumare-
disse Defi:- le scoperte non sanno mentire:
se uno spazio cercheremo per riposarci,
con la nostra decisione potremo pensarci.
gettare rendimento adduce deduzione.
con la padronanza avviene la ripercussione;
altro non è che probo addotto rendimento
conducibile al personale altrui cimento-
a lui rispose Rio non d’accordo:- non errato,
il meritato nello svolto, è rimarcato
concedersi uno sfogo abile e lesto.
Scorderanno l’agio avuto concesso ben presto
E prostrarsi a chi abile è nel perdono,
Porterà ad interrogativi sul pretesto
ma neanche noi sappiamo che cos’è il condono-
placida padronanza ne era l’esponente
e dell’inconsumabile era l’inquinante
con calma ve lo dico, nessuna soluzione,
resta il danno ma ci sarà la devozione:
Elemento stabile che andavan cercando;
Pensar che solo Arrigo potevano trovare!
Ma gli eran preclusi i saggi del futuro.
Quale scempio popolar stavasi corrompendo?
Nel socioalimentare cos’era da rifare?
Chi a causa della morte trova il digiuno,
Conosce il problema ma forse neanche quello;
La soluzione per lui non è più un fardello;
Piuttosto ciò che non sa, ormai è sul più bello;
Svelarlo è semplice, ma non come cercarlo.
Io posso render noto che era risaputo;
Non mai celato; da che; non è dato saperlo:
Scoperta intimità fatta massacro di gente
Che dell’intimità era fattore compiuto.
Rigetto ancora fragilmente fango, parole
Bolo, liquami, cibo nelle vie della mente,
In un solo travaglio universale efficiente.
Detto questo, che cosa potrà in noi credere,
Se non popoli che a noi pensan con dolore?
Dico la gente che il bisogno non disprezza;
che il dolore non ci porta alla saggezza.
E le persone che bellezza hanno nel cuore
di ciò che è bene vi mandano un segnale;
raccoglietelo e lasciate loro parlare
CANTO TERZO
PIOVEVA RUGGINE SCREMATA DALLE NUVOLE,
Ferro nell’uggiosa e simbolica giornata.
Ad un evento avvicendato nelle favole,
Pensava con forza agli eventi naturali;
Ma troppe cose furono alla sua portata:
Arrigo l’oltraggio si spiegava con parole:
Avventura, misera gioia, e lo stupore,
candidi l’innocenza, l’amore, il fardello,
l’oltraggio, ancora poi la speranza avventurosa.
ma di fuori l’accanimento non era bello.
la situazione si rendeva così paurosa,
che la punizione inflitta diventò consumo.
fiatare, ribellarsi. così dove andavano?
Arrigo intuiva suo malgrado che deperito
Pensò: dov’è Rufus? esso era a digiuno;
Ridotti a talpe, nell’oscuro prestavano
Servizio a chi poteva esser lor servito.
Sprazzi di gioia che forse non allietavano.
Ormai confusione alla perpetua presenza
S’era fatta la morte della loro onniscienza,
Limitata all’osservazione deduttiva
Appresa: moto alimentativo solito.
Li Distraeva e li riappacificava sempre.
Un riscontro era ormai la causa della fuga.
Il sommossatore non era un accolito;
Soprattutto goidi poteva mangiare, mentre
Privi ora di riscontro mentale e morti,
di loro stessi ancora cibarsi di lattuga
era già il ricordo escorporato: energia
il quale principale sogno è danneggiato.
contrarre vita può essere prerogativa,
ma questo, ente macabro processo osteggiato,
non sarebbe stato permesso a chi marciva.
La putridità del conscio mistero celava
Una società di fondo dello stesso stampo,
Che corrotta avrebbe sol potuto succingerli;
Morti nel loro animo che si consumava.
Incomprensibile il danno che progrediva,
Avverso all’energia che era con il campo,
adito contraente piaghe sociali deboli.
Della sicurezza esistenziale inoculata
Mancava disponibilità materialista:
All’Agio corrotto dei più deboli aggrediti
Che solo benessere post-mortem cercavano,
Che conscio ormai di quell’affetto possibilista
Cercava sfogo nella cura degli indomiti,
Edulcorati dall’aiuto conscio dei già morti;
Sottratto loro il nettare che è prodotto
Dagli ureavidi ai lor simili alla vista,
Che l’umani da quella stanza sì prendevano
Per poi portarlo nei viaggi temporali corti;
E da cui Arrigo lontano era condotto.
L’inefficienza del viaggiare era la forma
Emancipata dall’effetto e disillusa;
Acciocché del progresso essa fosse la norma,
Dall’ira aperta e subito certo richiusa
Procrastinata solita in perpetua assenza
Di riferimento, far nome del musicale
Odore: la rivolta, disconnessa partenza.
Vi spostavate di causa in effetto; fiale
D’immensa saggezza divenuta mancanza altrui;
Che da odio diventavan grande correttezza.
Fateci caso poiché voi siete l’apparenza.
CANTO QUARTO
PERSO IN UN ESTETICO GRATTARSI LA GUANCIA,
Un barbone in un parco lo vide atterrare,
O meglio, svegliato dalla luce della stanza,
Vide il puro ometto apparire con un cane.
Disse divertito:- ‘ca troia sludra quella vacca
Impestata mia consorte or defunta maiala!
Un attimo fa vidi la luce della morte
Approssimarsi al mio presente corpo intatto.
Più armonioso che sentire un pianoforte-
Disse allora Arrigo scuotendo bene il capo:
- è meglio che si trovi una casa signore,
non ha le traveggole, se ne dovrebbe andare.
ormai sono legato al sogno di un altro,
lo realizzerò e l’ho già visto realizzato;
ho paura di aver fatto del male a terzi.
mi complimento, lei veste senza troppi sfarzi-
un’occhiata tra i due per scoppiar a ridere.
dopo un altro goccetto il barbone disse:
- questa stupenda mattina mi ricorda lei;
ma non so da dove vieni, tu qui cosa fai?
non potevi far sì che il vino non finisse?-
- non offenda tanto la sua dama già che vive,
sono certo che per lei non s’è mai data pena,
giochi in borsa e poi vedrà la propria fine,
lei avrà investimenti nella bio impresa-
detto questo Arrigo s’incamminò per il parco
verso una panchina, dove Alessia sedeva.
con la mano salutandola approssimandosi
a quella graziosa fanciulla figlia leggera.
- figliola, non ti sapevo mai così carina,
potrei passare io molto tempo ammirandoti,
tanto so che ti vedrò nascere da bambina-
disse lui a lei, molto conciso;- come potrei
non esserlo, papà, tu lo sai che rinascerei
benessere per i tuoi occhi, strage di forme,
sempre nel tuo sguardo per seguire le tue orme-
disse ella e lui le rispose ancor deciso:
- so che sai che questo è il mio bisogno, stimo
la tua propria fiabesca apprensione, già sfociata
nei ricordi della mia vita che ti è stata
affabilmente e continuamente narrata.
il viaggio che ho protratto apportava un danno
agli esseri circostanti, vita pensante-
- nessuno ne potrebbe essere più sconvolto;
considerato delle loro menti che vanno:
l’erodersi, della rabbia il quantificante;
non si vede però dalla pace tua in volto;
del resto a consolare la pace non serve;
né al solo che vince, né al solo che perde-
il barbone sopraggiunse dicendo a loro,
con solita finezza:- se sbagli non perdòno,
ricordati- andandosene via borbottando.
Arrigo disse ad Alessia:- io mi domando:
è possibile riuscire a non inquinare
quando tutto ciò che inquini è il sociale?
Alludo all’influenza che ha su noi la stanza,
a ciò che per l’odore diventa la pietanza-
- è una corsa a chi la ottiene per primo;
del resto chi la vorrebbe è un assassino-
detto questo i due si salutarono, luce
apparve e di nuovo faticarono;- pace-
disse chiaro Alessia,- il futuro ci conduce
dove l’esperienza rende un uomo tenace-
CANTO QUINTO
IRTA COME L’ERBA LA SCHIENA ERA PIEGATA,
Poco ancor libera di sporgere dalle ossa;
l’energia che la tagliava era divertita
e la coscienza generale di origine
a dire di tutti naturale e fatata:
a sinistra verde, non anche a destra, rossa
come anche è l’incandescente fuliggine.
Ridestata, l’erba, o digerita, rimessa
a punto in nuovi termini, nell’organismo
abituato, sia sottomessa che rigettata,
fomentò il quotidiano, ingrato alla terra;
dell’arte venale recondito saccarismo:
da cotanti viventi largamente adorato;
del quale non fu e non sarà giammai privata;
nel quale, presente energia, chiunque ente guerra;
dal guaio plateale più che sconvolto era mosso.
ovunque in altro posto ciò non fu mai vero;
e i goidi masticavano con denti d’osso:
foraggio in un prato all’ombra di un pero.
d’altronde i sommossatori né mentivano;
pur non disturbandoli, né li minacciavano,
incontro all’abietta inutilità disposti
quando l’oligarchia ne rompeva le budella.
dai corpi d’altrui mezzo, fragili e composti
che dal castello finivano nella padella.
all’ombra di quel caldo pomeriggio si disse
lì un ureavido sinistro:- sommossatori
che non mi mandate i pensieri in missive;
saremo noi soli i perpetui giocatori
in un campo da gioco delle volte promiscuo:
fare di voi la carne marcia in avaria
per ottenere la fraternità a voi cara;
senza però le nostre membra più per magia
ricomporre, e ciò non mi duole, energia rara-
- so che l’attesa può non divertir, ma occorre
e non puoi farne a meno, svarionati sempre,
il rapporto è efficace, sta nella mente:
lì stanno i mezzi di perdizione massiva-
la mai morte auspicata univa i placidi,
dispersi individui e sempre culturalmente,
incessantemente nel loro bene comune.
distacco prepotente dell’energia; decisi
alla perpetua evasione; che corroborante
auspicava al loro prossimo mille lune.
Ormai ne erano certi, la beatitudine
Non vi sarebbe stata per la moltitudine,
Certa ormai del non auspicabile fatto eterno
della sollecitudine data all’esterno;
ciò poteva essere il loro paradosso,
ma coltivavano canneti lungo il fosso;
poiché era ancora facile nascondersi
dove non ce n’era bisogno per confondersi,
confusosi l’arbitrario per il pericolo
e il dovuto con il loro tabernacolo.
trafitte fuori dalla terra dalle radici;
dopo masticato; ciò che a loro legato,
veleno esalato dalle mura d’edifici;
canne vegetali servivan per antidoto
alla loro vita, da quel fiume regalato,
un’antifona dotata di forze motrici
date alla scienza dei corpi in movimento
e nessuno coinvolto poteva non mostrare
un apprezzato voluttuoso risentimento.
non curandosi continuavano a mangiare.
CANTO SESTO
DEMORALIZZANTE IL RIFLESSO COGITANTE,
Nel protrarsi nel sapere concepire il male;
Solamente nel travaglio del sottrarsi forza,
Nel ventricolare dell’opulenza mentale.
Ciò incessantemente appariva equidistante,
Morale grondante un bianco succo di maiale.
Fuorviato all’incostante coagulare sangue;
conoscendo i molti nuovi arrivi di scorta;
A folla deperita che lambisce, che langue
L’oggetto estraneo che da lì doveva andarsene.
Pareva vidimazione del nuovo nemico
La repulsione per tale visione distorta:
Vassallo in territorio avverso. Trovarsene:
Unica condizione era per il diverso
Formato di nostra vita, cogitato Arrigo:
Nostalgico esempio di aberrazion del plauso,
Che la costernazione opera all’inverso:
Fazione traente all’inganno del suo arrivo,
Per gli ureavidi, dall’ira colti con fasto;
Perpetuava in una reazione a catena
Tradimento, inganno, malessere e arrosto
Fiducia nel fenomeno, diatriba, trafila;
Inganno l’imbrattamento, nuoce al sistema;
Alla fama; quale sol colpevole dell’ira.
Idea vigente fino a poco tempo addietro.
Abbattendosi disperata da un feretro
Per loro cotta nefasta ideale sepoltura.
Ai goidi col ripieno pungeva la sutura.
Al di fuori, passata con l’avvelenamento;
Posizionale repressione del sentimento
Estradetta; pulsava rauca costituzione,
A parere dei tristi vittimismi: corrotta,
Inconsistente e defraudante prostrazione
A risolvere, partecipi forze in flotta,
Problematiche sozzamente degustabili
Avvizzite tra le parole di chi labili
Formattazioni gutturali si auspicava.
Degli ureavidi erano le condizioni.
Arrigo presente di molto le complicava;
Forbito bieco trambusto rigurgitabile
Era il sentore sulla mentalità noiosa
Di chi sente ragion veduta e non ne parla,
Per far deragliare il corrispettivo senso
Di motivazione che, regresso nel suo viaggio,
Per opera del quale sfruttare i popoli
Convincentemente un significato denso
Prospettava; che senza andare a rotoli
Era dell’ospite l’immeritato linciaggio.
A competenza della presenza dei poveri
Di mezzi e di spirito di iniziativa;
Che comprendessero chi sfruttava i favori
In un’egoistica spedizione affermativa
Di un’umanità agli albori del nonsenso
Pedagogico; nell’inoltrare, un crocevia
Di folgorazione genocida di valore
Alla riuscita e al pentimento propenso
Come il benestare altrui, la mente non fuorvia,
Se l’immaginare il percepito colore
Si attiene alle peculiarità del senso;
Improbabile fu, la condizione locale:
A tal punto che ne risentiva il morale
Nella rabbia informe del secernere sé stessi
All’estro fenotipo degli umani processi
CANTO SETTIMO
FORZATO NELL’INTIMO DI UN PRATO FIORITO,
L’apparire improvviso d’Arrigo scosse l’aria
Che lasciò spazio alla sua forma dimagrita
Agli argini d’una foresta millenaria.
Scappò via il pavone, dalla luce impaurito,
Nella selva accogliente fredda e divertita;
Che prima, s’era trovato ai piedi dell’uomo;
Scorta anch’egli una bambina cresciutella:
Cacciava l’api proprio da lui allontanata
-figliola mia dolce, con mio fervido tripudio,
tremo all’idea d’aver perso una rotella.
per la prima volta io ti vedo amareggiata.
non aver paura, non è tuo l’umore che studio-
tra le parole, Arrigo osservava fra le ombre,
scorgendo il suo volto familiare lontano:
-credo sia ora di fare insieme colazione
con burro e pan tostato seduti nel prato,
di vederti da vicino avrai un’occasione-
si vide infatti seduto sull’erba già vecchio:
dieci anni votati al ricordo, canuto
quasi quanto allora, risoluto in un marchio
omeofobo costernato al dovere bruto
comprensibile ad entrambi, rimovibile
dalla memoria quanto la vita dalla mente.
sicché sedettero attorno al grigio drappello:
forma indiscutibilmente di foggia nobile,
in quanto priva di disegno circoscrivente
raffigurazioni preziose: gente amabile,
a lui cara forse più della propria figura;
e mai abbandonarla: sua vistosa premura.
nulla sapevano tutti loro del castello
non Arrigo, che nulla aveva a domandarsi
riguardo a ciò che in vita avrebbe compiuto.
-burro, salame?- indeciso sul prepararsi.
-preparerai entrambi, sei giovane, scarnito-
disse Dafne all’indecisione del marito,
che trovò da ribattere:- erano per te,
se non vuoi ingrassare, e non nascondo se,
datti da fare perché abbiamo un ospite-
Alessia si dava da fare con le molliche:
Che tentasse d’accecare qualcuno è dubbio
Che ricordare rese piacevole mattino,
Il soleggiato trascorrere il prato ampio
Di floreali fortune a vedersi vicino.
Si saziò ben presto infatti il giovane Arrigo
Che il suo ricordo più non aveva appassito
Nella mente infante d’Alessia, angelo errante
Nell’enorme divario tra la luna e stelle;
Quando ancora nominarle diventava grande.
Scossi alcuni alberi; s’accapponò la pelle;
Nei paraggi vento veloce li contornava.
Solitudine dal prossimo mai adorata,
Che forniva beatitudine al suo cospetto,
Sentiva abbandonare la collera l’ometto!
Traviata macchinazione informe suo sospetto:
-sposaste voi un tempo la cupidigia ingrata
dell’uomo che tra voi avrà tempo per restare
in un prosaico intramezzo, se tale, blasfemo
né mai amato; quanto sciolta una gelata;
o più coinvolto di un conflitto tanto estremo;
da scordare per chi morire, a chi razziare-
disse questo e sgorgò luce dalle viscere
del sogno terrorizzante, ancora da vivere
CANTO OTTAVO
RAVVISAGLIE DI CONFLITTO RENDEVANO L’IRTO
Campo di cespugli di rose, uno sterpaio
Irrinunciabile per chi avesse gettato
Discordia, disonore, fragilità, merdaio
Sulle atroci sofferenze encomiabili: parto
Nell’ambito lavoratori reddito fisso.
Caratterizzati dalle male abitudini,
Brutti domestici perdigiorno gonfiabili
Di sommossatori erano giusto suffisso;
Corpi arancio e lunghe bianche zanne sporgenti
Caratterizzavano fisici delinquenti.
Nel corpo inferte per gioco vistose ferite;
L’un l’altro colpendosi con vane direttive,
Affinché si sappia che cosa sia veramente,
La rabbia dell’intimo orgoglio appena colpito.
Così un polmone pulsante ancora sporgente
Fece di un sopravvissuto, ma tramortito,
Fiabesco individuo, appetibile carne cruda.
Mastica coi denti il temporaneo nemico;
Che allo spaventato frangente opposto grida:
-qualunque bonaria battuta fare vi sentadi
sdegnerà voi stessi, correte in cucina,
asciugate le fibre che il fuoco arroventa,
banchetteremo insieme fino a domattina-
sommossatore era stato, sarà poi pasto.
un’innocente rissa lo fece trattenere
strisciando col suo rosso sangue il pavimento.
in cucina il cuoco non fu altro che lesto.
Il cannibale va cucinato a dovere.
Come lui mangiò i suoi fratelli oppositori.
Mai altresì reso vittima del malcontento;
Nelle macellerie non si diventa dottori.
Rinomato cuore straniero che tanto batte;
In cucina fai secondo con le cataratte.
Gocce d’acqua e fiumi di cristallo irruppero
Vorticosamente ventilando il salone
Aperto alla foresta dallo squarcio enorme;
Che l’immagine di corte aveva deturpato.
Corpi estranei la sala banchetti distrussero.
Al tempo solo il tempo avrebbe rimediato;
Affinché ancor più luce avesse irradiato
Le spoglie di un mondo esistente menomato
Dallo sfruttamento del mutato glicogeno;
Che per gioco idealmente opponeva le due parti;
Tra sopravvivenza e assassinio in quanto
Marcato comune concettuale fenomeno
Era la vita veloce che non puoi scordarti;
Fronte a condizioni cui ti manca il pianto.
Nobile in confronto all’opportunità
Altrui d’una propria modesta conformità
Alla timidezza d’uno scambio di vedute;
Quando la rossa griglia arroventa le patate.
-per voi che siete affaccendati questa radura
collinosa ha già decise le vostre gesta:
per la nobiltà cucinate e siete cibo,
di far giovane politica abbiate premura;
non vi potrete perdere nella buia foresta
a mangiare verdi canne cresciute nel limo-
il cuoco disse ai collaboratori onesti
che addietro avevano preso a lavorare.
tanto presto era pronto! non ci crederesti;
così nella sala in mezzo al temporale
presero i sommossatori a banchettare
CANTO NONO
LA SORPRESA ACCOLSE POSTICIPATO FERVORE:
La biancheggiante sovranità a cui fuorviati
Fiduciosi aggressori costipati erano
Sottoposti stando a casistiche di norma
Frutto di costrizioni d’anonimo terrore;
Dalla distruzione tutta del quale animati;
Organiche energie tremanti liberavano.
Fu l’entrare attivo a vidimarne la forma:
Arrigo di sonno digestivo fu l’agente;
La veglia come idea non lo sfiorava per niente.
Propositive avidità mosse d’improvviso
Dal flusso vitale in presenza della stanza
Demarcarono il ritorno d’onda, preavviso
All’adulatoria e lusinghiera ignoranza
Che molti faceva partecipi grossolani
Mittenti; ormai staccati dai goidi dalle mani;
Vigilanti nell’improduttivo magazzino
Gli arrivi dei simili e le accoglienze
Senza offrire neanche un semplice tramezzino;
Quindi derubati assistenti alle partenze
Di fugaci forze impersonali goliardiche;
Quando la prigionia corroborava la stasi
Per un soggiorno passato lanciando raffiche,
Destreggiarsi era spendere poco o quasi,
Creare inutile era quanto inconcepibile,
Liberare esprimeva volontà di trovarsi
Nell’accoglienza e nel rispetto degli altri.
Moti energici all’accumulare connessi
Fecero nuotare ureavidi nelle correnti;
Che divertiti spingevano sulle pareti
Raffiche d’urto per orbitare e respinti
Capitolare sugli altri come dipinti.
Vedute le condizioni globali del luogo
In pochi anziani si aggregavano impotenti
Al flusso; evitando ragazzate e di nuovo
Trattenendosi ad urtare i deficienti.
C’era chi però si chiedeva dove bontà
Fosse nell’interagire con un corpo estraneo,
Se fosse a tutti gli effetti carità
E dove fosse andato l’egoismo subitaneo.
Questo dubbio finché l’oggetto era presente
Pervadeva i ragionamenti delle masse
Che amavano sentirsi dette non violente.
Dove questo acuto ragionamento portasse
Faceva pensare alla rabbia dirompente
Verso qualunque avversità li ostacolasse.
A ragion veduta faceva loro dedurre
Che la lunga vita non aveva ancor permesso
All’ureavido di mettere ciò in pratica
Da quel luogo a tutto il resto disconnesso.
Impediente causa pure la matematica;
Dove raffiche non li potevano condurre;
Logico ch’avevano fatto un passo avanti.
All’unisono emisero raffiche giganti
Verso l’oggetto attorno al quale orbitavano
Togliendo il sonno d’assalto al viaggiatore
Che nel buio pesto si rasserenò goliardico,
Come non gli esseri che fuori abitavano,
Agenti energia contro l’ignaro scopritore;
Che del loro scosso fruttuoso espediente laico
Conosceva dinamica ma non il profano.
Fu così che poco locale ambìto folklore
Restò nei ricordi di un bel sogno prosaico
CANTO DECIMO
-CI VEDIAMO,PAPA’, QUANDO FINISCO LA SCUOLA
ti faccio vedere il voto, basta che firmi
quando lo porto a casa; senza fare storie-
Apparve dopo un lampo davanti all’aiuola
A queste parole della sua figliola; fermi
All’entrata i padroni delle sue memorie.
A lui non piaceva questo dire proprietari;
Eppure si era riproposto di chiedere
Informazioni riguardanti lo stesso viaggio;
Ad esempio: chi poi fossero gli emissari
Di un tale marchingegno che a possedere
Solo lui era stato mandato; con coraggio
E se fosse terminato o se d’altro canto
Fosse lui l’illuso rivangato nel passato.
Domande che lì per lì parevan perentorie;
Dovute ma meschine se fatte veramente.
Le nuvole nascondevano a lui le storie
Che sentì l’avrebbero deluso amaramente
Se avesse mai sgarrato nell’esposizione
Dei propri dubbi, pur con giusto fare perplesso.
Così disse padre:- portami alla stazione;
Che ti offro un caldo caldo caffè espresso-
Non ci mise molto giovane ad accettare
La lusinghiera offerta di serio consumare:
-da quanto tempo in città ti sei stabilito?
Sembra tu sia convinto di farmici tornare-
Rispose allora padre:- mi ci sono appassito
Ma gli anni perfetti non riesco a contare-
Si avviarono per il lungo alberato viale:
Padre gli disse con bonario tono gioviale:
-sei marito di un’astuta dolce signora
che ti ama, hai dovuto chiedere favori
a chi ti trasportava nel tempo dove ancora
viaggi senza sentirne i caotici rumori;
pur di stare con lei svezzando il sacrificio,
la tua vita non è mai stata un artificio-
difficile rispondere a dichiarazioni
che gli dessero tutte le delucidazioni;
comunque i suoi quesiti ancora molteplici
si fecero scoprire:- dove vado durante
la permanenza fuori da qui? lo vedrò mai?
Ne sono adesso in pratica molto distante,
so che alla partenza non me lo spiegherai!-
rispose allora:- potrai vedere dove vai
senza che io te lo spieghi né ora né mai.
Ti servirà ad interagire a livello
Emozionale, integrale con colui ch’anima
La stanza senza l’uso del già morto cervello;
Nella condizione di profusione rapida
Del viaggio eterno che egli bene concepisce.
Devi sapere che mentre sai che il tuo viaggio
Avrà un termine, per lui neppure finisce.
Questo può bastarti, siamo al caffè villaggio-
Ordinarono due cappuccini al bancone
Rufus, entrato con loro, a cuccia da bravo,
Faceva aria con la coda sul pavimento.
Il barista vide due gemelli, che testone!
Stranito, non disse nient’altro a loro, salvo
“due e sessanta”, come fosse un complimento.
pagò padre che con calma bevve il cappuccio
pensando quanto quel bel cane fosse caruccio
mentre insieme al giovane sparì in un fascio
luminoso quando Arrigo gli disse - ti lascio-
CANTO UNDICESIMO
INVADENTI ASSERZIONI RIGUARDANTI L’AMORE
Fatte dagli ureavidi blu per nulla meschini
Generalizzavano i rapporti tra goidi.
Uno di questi era il poeta Trovatore;
Che così ridefiniva loro:- stupidini
Atti di perversa passione, sugli asteroidi
Che il nostro amato pianeta hanno formato,
Traversano le lande del veleno gassoso
Alla ricerca prossima dell’ombra stellare,
Nel sazio profumo dell’elemento prostrato
Alla sostanza come il gusto al palato;
Quando amareggiato l’estraneo trova riposo
E la sua scordata fisicità può mischiare;
Senza mai guardare l’elemento a ritroso-
Passavano nottate i goidi lungo fiumi
Argentati d’ebbrezza; aspettando la mattina;
Sostando come corpi di cruda, silenziosa
Devozione a informi personali numi;
Che pure le masse costellate di attiva
Concomitanza d’aggregazione rumorosa
Attraevano più la curiosa mente di spicco
Trovatore; di molte altre poetiche cose:
- quanto il buio e l’irrappresentabilità
di ogni singolo oggetto fa mente locale
di un vivente progetto; la sola scarsità
d’informazione e di scambio d’idea corale
sul proprio soggetto può far vacillare ognuno
al mio cospetto di sano, integro cosetto.-
senza che neanche Trovatore su sè proiettasse;
come osava esagerare ancora qualche d’uno;
pur su di un palco un liturgico faretto;
attirava l’attenzione delle belle goidi
con i corrispettivi ammirati pensatori;
approccianti a lui come fossero diploidi.
disse in quel gagliardo frangente Trovatore:
-rifugiarsi in nuovi ambienti non è dannoso
alla salute del corpo; dell’asperrime menti;
quanto inventarsi le vicende dell’io creatore
di questo mondo implicitamente favoloso;
che ci mostra amichevolmente i propri denti.
concedo alla grazia novelle profumate
e alla discordia prosciutto con le patate;
finché del ruolo di cantastorie sarò degno
incurante dell’ammirazione reciproca
della quale tutti portiamo il nostro segno,
vistoso o meno sui più scaltri: la piccola
defraudazione che costa lo stato presente
di rifugio al veleno, suo equivalente.
non disperate mortali, le faccende sempre
uguali fanno di noi un vizio che corrotto
può arrecare un danno a chi di maltolto
fa modus vivendi nel suo animo bacato;
nonostante la vittoria non l’abbia sfiorato;
concessa la non vita a chi si è fidato
del richiamo; per abitudine immunizzato;
partito in viaggio verso l’inafferrabile
novità d’essere un giorno pastorizzato
cibo riposto classificato immangiabile;
da noi almeno perché non ne immaginiamo
il gusto nel brodo di nobile solubile-
intramezzato da altre brevi discussioni;
Trovatore escogitava le affermazioni;
rapendo con le parole gli ammiratori.
CANTO DODICESIMO
Dimostrativo apprezzamento del benessere
di ogni azione limitata nella coscienza;
Il ritrovo dell’audace atto di presenza
Rendeva autocrati individui bestiali fiere
Nelle mani disinteressate di chi; morto;
Aizzarseli addosso assurdamente non potesse;
Vittima dell’astuto sommossatore ingordo.
Era poi quell’altro aspetto che trovarsi addosso;
Faceva della vita continuo scambio d’odii
Comunicati; che alternavano con lodi
Ad altri esseri quando fare politica
Fu passione drammatica analoga al cibo.
Come dispensare morte, morte fatidica,
allevare non doveva esser consentito;
una cosa impediva l’attuazione dell’altra;
proprio un contesto di libero patrocinio
dell’immoralmente perverso Gru l’omeopata
aveva reso il castello una prigione.
finalizzato unicamente al bieco eccidio
che gli ureavidi, come ben ricordavano,
per sempre subirono come eterna stazione.
e proprio la lurida macelleria di corte
ai loro eterni poteri non diede che porte;
verso il silenzio; e sovrappopolazione
sempre in aumento, generale malcontento,
senza che alcuno udisse neppur un lamento.
capitava in segno di protesta artistica
con forbite effettuazioni d’arma balistica.
Arrivato come sempre nel suo desiderio
Di riscossa sui propri futuro e presente;
L’ancora equivoco procace suo improperio
Fu il primo in questa storia, fu dirompente,
rivoltosi all’esterno alla noia struggente
provò a fiatare , non potè però dir niente.
che fu ad inpedirglielo? Eppur nulla sentì
ad averlo detto, conscio se ne divertì.
nessun’aggiunta pittorica fatua parcella
poteva relegare la tanto amata stella:
altro non fosse che il continuo movimento
attuato per confondersi nel compiacimento
dell’opportunità grezza di crescere saggi.
il losco affare concerne e aggrada tutti
cordiali, scienti che dessero alcuni messaggi;
di scienti ancora collocati si cibassero;
nel caso la meraviglia nel frodo ti butti.
disporne le vane etiche se coadiuvassero;
nel morale di condotta e da preservare;
o abituassero fittizi regolar conti
ad essere imposti ai termini: constatare
abbastanza non fu mai; per decidere che
dilazione e colloqui con la vita, ponti
potessero creare quando in essa conguagli.
Creare, rimpinguare, fa decidere per sé
Senza la cognizione dei pessimi ritagli.
Decisione demenziale tuo concepimento;
Diventò ciò che mosse a tua volontà l’altri;
In un energico dilato sostentamento
Accettato dai recettori appositi; scaltri
Nel cauto eccepire l’imminente assorbimento;
Reagendo ai fini del trapasso escogitato.
Arrigo dagli ureavidi si trovò emesso
Con fare sollecito da gioco entusiasmato;
Chiedendo il passaggio solito con permesso.
CANTO TREDICESIMO
VENTO NELL’OSSA PORTERA’ AVVISO DI MORTE.
Come alla medaglia; vincitore locale
Reimposta la calcificazione che globale
Ripristina voluttuose intenzionali scorte.
Com’appare despotico, rinascimentale,
Incitare all’emissione di parti grasse;
Se le tossine cadute sul fondale mischia
L’espulsione liquida automatica che filtra
Lamenti, rigetto: soli fagociteranno
L’orgiastica morte che per il mare riserva
variazione nella compassione che costipa
l’abuso di trame concernenti il volere
del solito legittimo credere la morte
diplomazia casuale; se circuita caterva
fosse cooperante nell’esprimere l’insieme
della qualità quantitativa che mastica.
basta raggiungere velocità elevate;
condizioni democratiche mai più distorte
se variazione impercettibile si fermasse
davanti a noi alla scoperta dello zero!
Durante la ripresa Arrigo potè chiedersi
-Avessi io la rabbia, il succinto sincero
Andirivieni vocalico inciso nei soldi;
Potrei confermare l’abuso di proporzioni
Tachicardiche; all’ovvio istinto del denaro
A cui altro non restava che il possedersi
Aristocratico che sogneresti davvero.
Resistere le passioni recondite, folti
rimorsi dovuti a mancate dilazioni,
attempestano mancati riorganizzatori
che all’apparire rimarcavano l’altero
diramare accentratore discernente fisco;
capacità decisionale che digerisco
improntata sul trasferimento del già vero
vidimato associare cacca dura che esce-
un lamento acustico risuonò; l’edificio
dentro al qual sentiva la presenza di pesce.
illuminò la strada per conduzione spiccia;
vana sorte nell’ascendente commestibile
che trasparì dal profondo; senza mai negare
all’evidenza di contagiosità posticcia
l’insolita natura del raggio palpabile;
che ancora cadde in silenzio; alternabile
ostentato rifiuto; timore dell’uguale;
che in fronte a sua figlia apparve conosciuto
sentore dell’essere illuminato immortale.
si videro turgidi quando l’apparizione
dell’impossibilità; databile consiglio
di trattenere; l’organico aiutarsi protratto:
assioma d’ovvia liberazione trattenuto
nell’omertoso implicare poi conversazione
con l’onniscienza logica, base materiale
variativa di frequenza di trasformazione
somigliante, emessa dal bisbiglio retorico.
ci si trovò l’una sola in braccio all’altro
senza che alcuno di loro avesse bevuto.
l’arrivo del succo di cervello al normale
svolgimento del nostro frettoloso spostarsi
di pane in pane, di vino in vino. arsi.
Ritrovo solitario dell’inventiva fase
Fu poi per sempre il luogo d’approccio comune;
Ai fini di concepire statica vocale
Esperienza che cognitiva e repulsiva
Attende seria copiose partenze minute.
CANTO QUATTORDICESIMO
Infingarde accuse rodessero il cemento;
Nel caso l’aria distogliesse gratitudine
E affetto dall’azione del deragliamento.
Dirimpetto l’ovvia feriale moltitudine;
Nascondigli protrassero forti bazzecole
Alla coscienza dell’ovvio evitato rifugio.
ai soli strumenti mortali era concesso
suono perpetuo del lamento delle caccole
nella funzionale percezione del processo;
sviluppatolo in senso lato direttivo;
ad opera del costruttore dell’archibugio
che rese necessaria la ricostituzione
dell’espresso aspetto plurale conoscitivo
dei moduli espressivi della demarcazione
territoriale del luogo di spesa conforme
ai termini della protesta propositiva.
a pesca, goidi si trovavano sulla riva
con esche di pattuglia sull’energico letto
del veloce scosceso diramabile fiume:
concentrato a vestire la sabbia molliccia
con ogni sorta di mollusco e cofanetto.
soddisfatto risalendo il corso, l’acume
demografico che con l’affar di cuor pasticcia,
trovò apprezzabile la striatura rossiccia
che in mezzo all’acqua dava idea d’ossidante
che loro malgrado non si trovava soluto
nei pesci che avessero potuto mangiare;
vittime anch’essi delle altrui dimenticanze
e dal malo rispetto al comune rifiuto
- se paresse a me di liberare le tombe,
vossignoria, sangue mi accingerei a pescare;
dovessi cadere; protrarrei le mescolanze:
vita uova beni sporate frutta e bombe
annuserei per volerne sapere il sapore.
in caso di poli dediti al malincuore,
creati limacciosi vegetali mobilitati,
se proprio trarne strumento ripercosse l’aria;
pregio animale fu l’arma di morte celere
nell’abbazia dei nostri propri parenti, frati
che casa nostra ripercuoteva sulle mani.
fraudolenta sospinta scorrevole risaia
al saluto dipendente, che non puoi ledere;
che fu abilitata figura di logica
difensiva criogenica stanziale dimora-
l’ureavido prestò al silenzio la mimica,
ai vibranti mossi materiali le parole,
l’attivitismo ai massoni, sentita rivolta
e il suo nascondiglio al prezzo dell’attesa.
Se lo nascondeva appresso un mazzo di viole!
con aria d’amichevole guerriero, distolta:
-passerò alla volontà della conoscenza
tramite assurdità dell’ipnotica presenza;
e tu farai percorsi di violenza ripresa
in caso l’incongrua creazione ammuffisca sempre
in un effetto abdicante valori sociali.
fedeli a me, incapaci, accondiscendenti,
nel progetto di fama noleggiata solerte;
quando privato dei congelanti fuorviali
rispettò la solerte imposizione acquatica;
ai fini soli creativi dei coadiuvamenti
che solo a noi parlarono ancora d’offesa
nella permanente ancora vistosa distesa
abbarbicata su di un colle da difesa-
CANTO QUINDICESIMO
Misantropia covante vigore miscellaneo,
presenza di folle adirate coatte impedì
L’espansionismo dello sviluppo subitaneo
Ad ammonizione riproduttiva, condì
Un ambiente accogliente esaudito dalla sorte;
Federalizzò nativi occhi d’eloquenti
Parole, accezioni di fondo, accelerazioni,
Accaniti bisbigli, latrati distoglienti.
Nella privazione le maniglie delle porte
Non privarono il walhalla di perfezioni
Che sfruttassero. la condizione momentanea;
Come fine dell’invenzione della preghiera
decise che prodigo lamento saturare.
l’individuo assoggetta il postulato: smania
della creazione dell’esserino assoggettato
all’inseguire la realistica e chimera
e cefalo sibilante, zitto da mangiare,
regale dono vivo all’enzima migliore;
nella conservazione dell’umana eloquenza;
e dell’energia succo del frate bevitore
che ti si rivolge con risoluta pazienza
sollazzando frementi migliorie abusive
in disparte all’estrogeno fenotipico.
deragliamento fondamentale nevralgico
nobilitato dalle accusanti morte vive;
arrivate a concuotere le somiglianze
numerevoli; assorbenti frastagliature;
entrata e uscita degl’oldies trattenuti
sostanzialmente congrui; dal viverci avveduti.
spaesando puri loculi d’adorata forma,
profumo, colore, carattere, uguaglianze,
organizzazione, amministrazione, punture.
Risvegliata la protesi solida; di norma
Relegante la risoluzione passeggera
A cui l’applauso non fece che dare la forma;
Se inteso sempre in quanto sua dipartita
Ogni presente richiese forza per strafare
Congiunto in un organo a monoraggera
Che non ebbe giammai provato una ferita;
Quando trasferirsi implicò non più conquistare.
Verso l’onorante gradito pasteggiamento
la cultura risolve superficialità
estremamente inclini al biorisolvimento,
nella forbita mancanza di profondità
secernente pasto organico mai legislato;
soddisfacente lascito giammai numerato.
questo inoltre appare volontà cromosomiale
riallacciabile col succo di roseo maiale,
che vita assorbe in ciclici fraintendimenti,
voti a riassorbimenti d’epoca feudale,
assoggettati personali risentimenti.
saprei non dire dell’umore interno, presente
nel luogo del ragionamento dittatoriale;
quando il modo migliore per amministrare,
che rende partecipe e felice la gente,
fornisce un ruolo e non un tremendo vizio;
poiché decidere regime nel proprio luogo;
placidamente permesso non dal solo dazio,
è sempre mezzo di capacità nazionale.
non vi fu richiamo nel fremito dei locali,
nell’attesa dell’involontario demagogo;
come in procinto d’indossare un topazio.
fermàti guardando le esplosioni veniali.
CANTO SEDICESIMO
POTENZA PROPULSIVA: LA RICERCA DI STASI;
Non ebbe che pasticci conformi alla eterna
Curiosità espressa; fatta fremente bearsi
Della presenza adduttivista fraterna odierna;
Nella sparizione avvenente e dispendiosa
Della caccia eterna, pregiato luogo di culto
Assoggettante le ultime risorse date:
Veridiche, compiacenti nell’esecuzione
dell’improvvisa ovvia sparizione dell’adulto;
quando la luminosa saetta ad espansione
non riuscì a cuocer nemmeno le sue patate,
tutte somiglianti alle sole conseguenze
che raggiunsero l’arma d’assedio distruttivo;
a unico bio-frangente in accomunabile.
accordante e compiacendoselo il quale;
feci a meno di non assumerne sporgenze;
adottando il quale, parere costruttivo
rende il ventricolare ostilmente labile,
in approccio vivente al nemico comune
dall’aspetto fenotipico, ferito, fuorviale,
conseguente eterogenee fatue semenze
che mai piantate furono nelle lunghe dune
d’accorgimento d’encomio, prezioso morale
facente all’arduo consulto commestibile,
capo perifrastico vitale repellente.
ignobile danneggiato frugale passaggio,
imbottimento di democratiche stesure,
inneggianti la voragine raggiungibile:
criterio di massa e popolare; d’accordo
comune nel vitale viscerale dosaggio;
nel quale commestibile anche il ricordo
viene sepolto, il tutto da mani curate.
nel mentre procinto di morte poi danneggiate.
se solo la merda ne sporcasse la fattura!
un costrutto organico dipinge la brossura;
renderebbe assiduo l’abile insonne proporsi
viaggiatore opportuno affaccendato; incorsi
nel percorso febricitatamente impostisi;
scaltri esseri che, nel passaggio del confine,
decisero di rivangare la dispersione
di sostanza individuale; altrimenti vistisi;
in quanto oggetto di sfruttamento d’uso mine:
alta sensibilità; acquisita la visione
globale e dispersiva, in poco accoglienti
luoghi, aperti, inospitali, appassiti frangenti.
recalcitranti pensieri d’una mala fogna,
scarico abusivo, personaggi di rilievo.
dall’attivo interagire, lì si trovavano
ad essere oltre l’abitazione; la rogna
sporca, dispersa e sludra quanto mai diremo
dell’atto che inverosimilmente lavano
col pentimento unicida ad honoris causa;
come a sé rivolgersi disperde le scorie
che, lesto, l’inferiore doveva eliminare
con sé stesso! permettendosene morta pausa
quanto è vero che l’odio spinge al richiamo
nelle distrutte abominevoli vie memoriae;
che non avrebbero potuto mai defraudare
sé; del pensiero ora in procinto di farlo.
così passarono la dogana tra gli sputi
quando l’uxoricida e misogino padre,
figuratosi laureato, tra molte risate,
arrivò al ritiro dal mondo degli adulti.
CANTO DICIASSETTESIMO
Filamenti d’organica assidua secrezione
Accoglievano l’evolversi della creatura,
Attendente il quanto mai atteso stupore,
fasto della sfruttata lucida filatura,
avvolgente la sagoma d’acuta finzione.
l’aspettativa d’un’adulta espansa stesura,
grettamente apparsa nella eco dei messaggi;
etichettati locomotori nei dosaggi,
che all’adattamento, capo cimentativo
fecero, in onore dell’espressivo cibo
che ad accoppiarsi avrebbe potuto pensare:
nel primo letargo profondo, follicolare
matrice: evolutiva, estrogena, personale,
indirizzo volitivo stitico sociale.
edificato per la produzione di scorie
notificato nel recidere le memorie.
quantunque austera nobiltà d’animo dormiente
covasse recisioni, carattere solvente,
demografico indirizzo, verso odiata gente!
quale sporco nel ricordo, l’essere lucente
che mai più poté spargere figlioli dal colle!
recriminando bastardi a proprio morire;
poiché già respirava ostrutto dalle cipolle!
condito in rivolta seppe non più reagire;
non distratto dal proprio volere esaminò,
fornita esplicita causa, la properia sorte,
devastò tra le viscere contatto fraterno,
nonché un espansivo lascito delle scorte;
restie dapprincipio all’ostentato timore::
coadiuvato per il vivente dal freddo inverno,
persistente dapprincipio nel ghiaccio incolore.
come in vita esso fu il proprio motore,
il goide prosperante, gelato, morì solo;
distensivamente nelle due mani assassine
del boia Staccateste dal grosso viso poroso;
quando anche le sue sanguinarono passive.
il bio liquido farlocco, quanto mai sterile,
dissetò di ferormoni la massa d’ingrati,
a cui aggiunsero copiosi utili fluidi;
nella modifica del programma base druidi;
ai principi attivi echinodermici ancorati
alla privazione dell’animo; che nobile
ricostituì cimeli d’un vivo, assemblato
smaltito, informe, da datare significato.
protratto ordine del demagogo despotico
petulante: l’omeopata; e rincitrullito
gerarca sommossatore: maldestro, enfatico
nell’illustrazione degli incresciosi progetti;
dei quali ognuno era dapprincipio fallito
tra l’eco dei benéfici vocianti coretti;
che decise d’incubare le uova al caldo.
quando la gelatina madre diventò smalto
per i cocci delle cucine pavimentate
di scuro, liscio, sporco ed elastico asfalto.
ricordò infatti, il goide nel suo bozzolo,
l’imprinting dei nonni; ovverosia dei genitori;
che parevano longeve sublimi stronzate
nella propria memoria del nascente rantolo,
del quale futuri adulti furono fautori.
duratura attesa accoglieva il cambiamento
metamorfico, della crescita il cimento,
nell’intricato ombreggiato sentiero del bosco;
sotto ad un cielo cupo, nuvoloso e fosco.
CANTO DICOTTESIMO
Novità: all’arrivo precipite d’ospite,
Quanto mai di umanità il gradito afflusso,
Siccome piacente propria lettura fossile;
Ingrato saluto, ovvio deposito altero,
Vidimato nel sociale, austero e buffo.
Crepa! Fato vettore ignoto, ti scrivo nero!
Ricordo quanto il piacere imperversi; tuffo
capofitto nella logica solo enunciarti:
tu invenzione, tu il sarcasmo, tu che leggi;
favole, saranno le arpie a depredarti;
celere pastrocchio di illibate canzoni
venuto a conoscenza d’uso degli aggeggi.
ad ogni forma pratica, sollecitazioni
abusino di segnalata propria presenza
a terzi soli ospiti, dell’arrivo incurio
dell’ormai liturgica prosperante onniscienza,
conseguente azione ripetuta: genocidio.
Debellazione d’un’arma in codice: vita
La destrezza apposita, frugale, di bollita
Sociale fattura, parea che si esalasse!
Logora cottura, senza pagare le tasse!
Ridea sontuosa parvenza di logico apporto,
labiale, statico, colorato, informe, muto
pestaggio procrastinato all’effetto sorto
nel profondo, fraseologico, ambìto, sparuto
muovere a sé i mezzi a mezzo essere,
mezzo che quanto io resi tale mezzo sono,
fasto ciclico che aspetta; non aspettarlo
identico, idea che dell’ideale idillico
plurale, non aspettatevene voi remore;
che in un ambito del male sembro villico.
decisi la sorte circostanziale di corpi:
del fatuo crivellabile sepolto plurale .
lodato citarvi in quanto esempio di merda:
inquinato il sostanziale aspetto, risorgi
paterno, fauna vestal dell’aspetto morale!
Così eri? Frittole! Schegge! Sangue! inverta
Le approdabili fattezze di sacchi informi.
Che t’avveleno? Buono e gustoso maiale,
Nel cielo sereno saccheggi dotta mollezza;
Depredi di sostanza luoghi, enunci prodezza
Di cui fare a meno resterà nei codici,
Per incauta sorte di chi usa gentilezza
Ai popoli dell’arbitro oltremar condottosi;
Ai fini d’amplificato riguardo informale;
Resosi allorquando disdicevole; rottosi
Del comportamento mono-modular fuorviale.
Infrantosi nelle reti limacciose interne
L’allora incongruo portale dalle spie esterne;
Fischiò il restio silenzio di tè sulla teiera.
Dotta informazione scateni la folta sorte;
Malleabile frutto d’animo, colto insalubre;
Vidimi il sociale risveglio d’inattuata,
Distorta, fraterna ed enunciata bandiera;
Ammessa opera di formazioni contorte,
Progetto d’un animo di creatore lugubre,
Altri ancora avrebbe portato all’adunata;
Per giungere là dove nessuno si replica;
Non concessogliene vizio dall’erba medica.
Gru temeva solo per sé di scaraventarsi
Nella sua propria creazione; di catturarsi.
Eppure là dentro tutto procedeva sano,
Nel rispetto di un viaggiatore ormai lontano.
CANTO DICIANNOVESIMO
Dissolto l’evolutosi, mutato sistema
Nel movimentato, freddo ghiaccio nubifragio;
Seriamente indotto dalla cangiante, mentale,
Riproducibile forma: logoro diadema,
A esistere nel vecchio e statico agio;
Incurante di ciò che potesse distruggere
La barriera corallina costiera, rudere
Di un vivere ancorati al proprio morale,
Ricerca d’immissioni, recondito sistema:
Distruggere in buone condizioni l’inermi
Frugali esistenze, immittenti deboli forze.
Vacanze, quali andavano costituendosi
la noia, nei pomeriggi dalle piogge solerti,
che ammaccavano sovente le albicocche;
annacquavano a perdifiato i mandorli;
venti alti, dai fradici monti provenienti,
con un buon sistema d’irrigazione stradale,
che impediva il traffico ai committenti,
incastrati in casa dal tempaccio gioviale.
e fu proprio in una di queste abitazioni
che Arrigo comparì innanzi alla figlia.
Distinguendo il padre da poche imitazioni,
Ella sorrise di goliardica meraviglia:
-padre mio, che buono proteggi e rassicuri,
stilli la vita al caso di menomazione
recondita, lucifero all’apparizione,che
questa volta, spero di tutto cor che duri;
placando l’agio che di notte ti assicuri;
comprendo ora qual responsabilizzazione
sia tua; altresì, io non esisto né risiedo.
al luogo d’approdo tutta la vita provvedo.
chiedermi in fin dei conti cosa proverrà
dai luoghi da dove vieni, lo disse papà;
solo intendo il mescolìo delle sensazioni,
apostrofante l’attitudine a logiche,
resistenti, depravate, folli privazioni.
a mio dir tutt’altro sono che metaforiche.
Esamina attuale composto stato di morte
Che ente ti circonda; facilita la sorte;
pensante e puro e residuo combattente,
all’aspro gemito, distante, sé opponente.
Archivi di periodiche fatture esistenti
Ha la stanza in vita, che pure è macchina,
Dai connotati e le intenzioni dolenti.
La facile fuga trova, evasione rapida
Di statici elementi invasivi pullulante.
Cerca bene e troverai un tinto pulsante:
Colore del vuoto senza luce da contratto,
Udirà l’anfratto il fautore del protratto,
Contestuale, volitivo, macchinoso patto.
Che mio dire rende mio segugio; son tartufo
Che dolente grattugi sulla pasta al sugo;
Rovisto ben tra i bocconi di chi congiunto,
E coniugato, va onesto in mia ricerca;
Nell’aiuto di fatal madre, quando ingrassa l’unto
All’aborto d’un’introduzione fritta, bieca,
Quando soli volti decisi, noi fummo pesti.
Dì solo che taglio e ti porterò arresti-
Disse funesta, lui capì, mosse un accenno:
-solca la voce del mare e non provocare
chi vive per te e certo ne muore di senno-
detto così buoni si poterono abbracciare.
di forte luce la stanza poté inondare.
CANTO VENTESIMO
LOL
Devastante tremore di costante fattura
Coalizzato malessere coltivato boia
Qual buon viso di nero coperto ci provoca
A sopperire mancanza di aereo bruciore
Distrutto il quale sussiste sola premura
E operare posticipa l’avvertimento
E subire riscontra buono l’abbellimento
E tramandare esplicita corposa la noia
E cooperare lontano sempre ci convoca
E resister motiva l’emettere rumore
Questo accadde veramente non ad uno solo
Ma a chiunque, abituate le sue ali al volo
Senza l’uso, handicap causato dal veleno,
Delle stesse, preferì rivedere sommossa
Strage di benessere nell’animo sereno
Cospicuo movimento, capacità ridotta
Mai bene placido quanto mosso malessere
Arresa capacità che dolore ne priva
Pensiero fugace cui sempre piace rendere
Vissuto interessante, il solo che ammira
Quando anche respingere fa giusta pietanza
Ricorderemo che ben cotto è troppo, sanza
Alcun privilegio se quando avremo deciso
Qualcuno avesse fatto per procacciare morte
Il difensore d’azione perversa in viso
A sé soltanto ruggine che corpo ti manda
Quanto che a pochi bere, bere è concesso
Sul limitar l’icona di caraffe risorte
Vecchio mausoleo d’una coltivazione blanda
Quanto ciò che scorre non sarà mai in eccesso
Fluisce ricchezza d’impoverito accadimento
Veloce, rindondante quanto deperimento
Provoca fattezze d’un’ignobile sagoma
Che consegna immeritato pasto in tavola
Corpo di mille balene! Intero il banchetto!
E la consapevolezza risale vivente
E lo strumento provoca l’atto dell’inetto
E la lama solca l’aria, crolla fatiscente
E l’impressione anelata volge al termine
E l’approfondimento richiama il percorso
Dato confortante, sapore soddisfacenteÈ ricordarsi di mai più chiamarsi martire
Come da non fare prima, nel tempo intercorso
Tra oziosi pomeriggi e volute soavi
Cupole celesti e verità integrali
Magistrale indizio rianima discutibili
Volontà di pacifica sensazione costa
La vita e la predica saggezza privata
Di limiti o leggende enunciate facili
Nello scomparso congruo pensiero paragnosta
Che a capofitto mai si presentò dorata
Irriverente creatura, né recalcitrante
Quando anche il pensiero logico rivive
In una condizione d’arduo riconoscersi
In quanto concerne il proprio sentir distante
Il rispetto, una sola identità fornire
A ognuno a cui toccherà riconoscersi
Ora è tempo per non fiatare sola acqua
Per non restare solitari, per esaurirsi
Per lasciare in terra una rossiccia macchia
Alcuno pretesto dirà più di rabbonirsi
Vacillante ondata, vita che piano finisce
Quando il goide sotto una scure perisce
CANTO VENTUNESIMO
Restii sull’uscio e vistosi, all’apparenza
Derivata componente vivente satura
D’effetto alchemico di spiccata virulenza
Inefficace possibilità di contagio
Dopo la morte dell’ureavido è natura
Ipotizza quiete nell’essere a suo agio
Di fronte ai propri simili rendendosene
Sordido eccentrico e malinconico plagio
Nel desiderio d’andarsene arridendosene
I tanti che anelano al giusto finale
Giostrata la mancanza di un corpo che guida:
Loro parevano identici se per normale
Riferimento vediamo un monco in gabbia
Intento nell’estenuante guerra fratricida
Che un monco solo può vincere con la rabbia;
Fanno del viaggio un bonario sfogo ciarliero
Che un resoconto dà del morente mortale
Sempre Prostrante la vittoria, mantello nero
Dell’attesa spasmodica di uno stimolo
Di un riconoscimento, di un fregio reale.
Entrò così Arrigo a modo suo plateale
Dolce e costantemente solito, frivolo
Non più di una freccia che manca il bersaglio
Quando anche il solo cammino ripropone
Cattività dove ancor ode non un bisbiglio
Rubata per poco ancora l’umana ragione
Dai luoghi dell’inasprirsi comunicazione
Tramandare orale d’un’ abilità verbale
Ormai solita nel facile consequenziale
Economico e criptico consolidarsi
Turbamento, rigetto naturale spontaneo
Si rendevano logici dove collocarsi
Era questione di rango noto subitaneo
Nella gerarchia fossile dal proprio morente
Stabilibile consueto, fastoso lignaggio
Acquisito anche dalla massa respingente
Poi dimenticato dalla massa ricevente
Che, subìto o vistasi subire linciaggio
In seguito gongolantesi, seppur per niente
Conferiva forsennato aumento d’autostima
Di per sé, che più che mai con un’altra confina
Se per masse indichiamo quei due gruppi sociali
Che s’incontrano spesso per le vie della stanza
Ove non si può fare congetture verbali
Né presentare a terzi alcuna rimostranza
In pochi facevano d’onor a lor concesso
Per primi un qual danno periodico subìto
Ma ciò si ripercuoteva sugl’altri, l’eccesso
Che invoglia a propellere, a espellere
Un benestare, a esprimersi un invito
Così fu che dilagando energia propellente
Le folle la stanza che circondanti espulsero
Invitarono ad esprimere un prodotto
Che assimilassero, che non li riducesse
Preparandosi ovunque dove ad evellere
Erano sempre atti chi i quali irrupperoA causa di un placido popolo corrotto
Protrattosi in azioni lucrose, ludiche
E spesso rese fondamentalmente irrisorie
Che difficile sarebbe descriver mimiche
Rivoluzionando le sorti e le memorie
Di chi maledette forze preserva e piange
E di chi contatto rivolge alle tue frange
CANTO VENTIDUESIMO
Ingente ripristino, fuorviata deviazione
Di ludico spaesamento impervio e scontato
Recalcitrante ovvia e celata cagione
Di ciò che meccanismi avevano maltrattato:
Il mondo che ora brillava più d’un opale
Sembrava si concedesse ingrato funerale
Pareva di vedersi davanti quell’omino
Che più che mai d’oggi possedeva il mattino
Un’alba creolare ad aggiunger al fittizio
Privo di locale volontà d’illuminare
Che da morte folle porta luce e tepore
Ai beneamati tramino, raggiro, Comizio
Armi di reimpostazione, effetto secolare
Per esser più concisi, si vide un bagliore
Claustrofobica alquanto, anche penetrante
La scomparsa d’un muro accostato alla siepe
Che un lavoratore teneva in giardino
Di stile antistante disordine riguardante
Boicottaggio dell’habitat d’una vispa lepre
Continuamente girovagante lì vicino
Che attenta saltò alla figliola in grembo
Durante l’attesa di un avvicendamento
Del quale la durata non si può calcolare
Tu solo puoi questa assidua vicenda enarrare
Come anche tu solo il tripudio rimarchi
L’ambiente, i soggetti che coinvolti apprendono
Solo tu saprai quanto davvero reagissero
Avessero reagito i bisbiglianti parvi
Agli animali che una culla confondono
Per giaciglio; quando parve guance sorrisero
Arrigo s’aggiunse; riuscirei a illustrarvi
Forse commosso l’arsa espressione del suo volto
Quanta felicità nel veder batuffolino
E lepre accostate vi fu; che durasse molto
Lo seppe chiunque passò al giardino vicino
Mai nessuno quanto interminabili furono
I momenti che ragguardevoli seguirono
Lo scostarsi fulmineo del bigio roditore
Visto dalla coppia di futuri, pressoché
Già da un po’, tra non molto più che mai fin d’ora
Fin dapprincipio fin per sempre ancor oggi sposi
Che guardandosi vissero connubio acciocché
Così fosse lor la vita, palpitante ogn’ora
Per far sì che le gesta nella vicenda s’osi
Porre, posite affinché pure tu ti riposi
Nella quiete d’una discreta, saggia, matura;
Tuo dettame permettendo; critica lettura
A te rimando la volontà d’esporti scritto
Come oggi ancor per sempre critico avamposto
D’insorte follie cinerarie, aereo tragitto
Della tua pace assecondabile il composto
Violare questo silenzio che solo descrivo
Che In quanto tal va ricordato, volitivo
È permessomi da una prossima partenza
Che altrimenti d’atto lascerebbe semenza
Per cogliere tra l’uno e l’altro seme erbacce
Vigorose, far di questo critiche robacce
E narrar l’inenarrato cui dispongo spazio
Un giorno farò di codesta rara creazione
Motivo di dispendio senza pagare dazio
Tra l’occhi fulgidi comparve luce, reazione
Che al viandante ancorò l’affetto singhiozzato
Quando partì, che aveva presto guadagnato
CANTO VENTITREESIMO
-fraterni locomotrasportatori, son Gru
a tal dir vi mobiliterete nel fragore
poiché sono e sarò la vostra amata gloria
d’essere scaltri è il momento per i più
che rieleggeranno il capo proseguitore
e per i molti altri sarà l’odiata ingiuria
dei quali sovente s’è sparsa la melodica
mortale efferata sollazzante retorica
prestate attenzione, la bellica applicazione
di tutti i soli, giusti princìpi morali
altro può non essere oltre che deviazione
di buoni concetti patriottici individuali.
decisi in un remoto passato di dare
a questo e ad altro quando un miserrimo
apparire: nostra amata, grande egemonia!
future carcasse disposti a coltivare
siamo, or più che mai; dei propositi armonia
dei nostri territori usurpatore asperrimo
e della brace l’ardente fiamma di sommossa
e nelle viscere i masticatori d’ossa
e di tutto il complessivo il decisore
poiché del nostro cibo: e collaborazione
e civiltà, miele e conservante facciamo
l’assiduo frequentatore riverente siamo
del solo ambito da me stato a voi concesso
sappiate che tutto ciò che è vostro rifiuto
sbatterei in ogni mio proprio personal cesso
al sommossatore è concessa mia delega
a questo proposito fornisco compiaciuto
il mio aiuto dalla grande stanza dell’edera.
indubbio; consolarsi giova all’esistenza
nel disegno natural ritortocisi addosso
sul quale solo il mio successore adito
potrà dare a una logica confidenza
sappiate che la tossina ho in me rimosso
e ognuno di voi potrà essermi suddito
sottoponendosi magnanima provvidenza
trattenete il fiato e non sarete lesi
da questo applauso che ora vi tiene sospesi
poiché renderò nostra la stirpe intelligente
e la nostra stirpe il beneficio contraente
dai risvolti di amarezza per l’abbandono
del castello lo stimolo a trovare casa
senz’abbandonare la via del solo perdono
del quale capaci siamo di fagocitare
macchina vivente, quella giunonica rasa
prodezza che risolviamo attuando vomitare
incubare, smaltire, come ora la cura.
prodezze farà compier alla nostra premura
un idilliaco concetto di prosperità
che alla nostra razza regaliamo per nulla
avere se non l’unica udita verità
dell’organizzazione concessavi che frulla
tra le capacità d’adattamento cognite
e le abilità di cognizione adattate
porterò il progresso e le leggi posite
che mai da un singolo ci saranno falsate
ravveduti nel nostro mondo d’evasivismo
n’abbiam pagato spese, ricette prelibate
spezie e princìpi di giovanile alcoolismo
vedemmo a piè di colonne, di calcinacci
rabbia euforica inoltre testuggini lanciate
rassegnàti, ora è tempo per gli abbracci-
CANTO VENTIQUATTRESIMO
Flagello, impatto fonte d’impertinenza, attracco
D’un luogo nell’altro riposto, frugale smacco
Consono all’impropria difficoltà succinta
Di un impatto con la realtà decisionale
Che un qualsivoglia erettosi muro recinta
Un non più popolo che pur resta solidale
Prese a mischiarsi nel prodotto, nelle scorie
E tra i compagni sventurati, tra simili.
Solo a sé facevan capo, alle memorie
Che a nessuno comunicavano, brividi.
Accennavano a voler mostrarsi perpetui
Gli ureavidi che più non si ascoltavano
Ma che liberi erano sempre stati equi
Esempi di vita collettiva, insultavano
La legge vigente con un metodo di vita
Che mai più vedrà un pasto o una salita
Modificando nel possibile l’altra faccia
Dei rapporti sociali, la cosa favorita
Arrigo atteso arrivò e vi fu festa, macchia,
Libero pensiero, atteggiamento, aere viaggio
Per tortuose strade necessitanti coraggio
Traversanti le quali correnti non furono.
Vedenti che allor videro d’esser non visti
Riorganizzatisi a proclamare la festa
Quanto ancora da che le due porte si chiudono
Possibile per gli ureavidi anacronisti
Che alla vita rinunciando optavano scienza
Di grande reciproco annichilito conforto
Diplomatico e formale, energico apporto
La Sola causa di dispendio era l’ospite
E non il solo ad apprezzare le ostiche
Alternative dislocate amate espressioni
Di angusto collocamento buono e giusto
Poiché nessuno inoltrava remote sanzioni
Né si voleva si scolpisse loro un busto
Ma tra fremiti e estroflessioni di forza
Lo spettacolo che spodestò la varietà
Di luce, informi disegni di color in frotta
Spazientì i più saggi che il mondo vedrà
Rinchiusi, a solito dir loro, complicato
A verificarsi ancora, vistisi morire
Nel saggio preservarli nel castello intricato
Da cui lo stato improprio fu l’umano sortire
Così crebbe la forza d’esanime tepore
Per dare alle meningi vitale furore
organizzato per volersi in altro stato
difendere, spaziare in collaborazione,
d’altro canto saper viaggiare, rifocillato
dagli ingenui foschi apprezzabili propositi
di chi concede la rivolta ai rivoltosi
E sogni ai sognatori dei luoghi appositi,
Nei paesaggi angusti negli anfratti, burrascosi.
Sprezzanti torvi naturali aggiuntivi eletti
Capovolsero l’indice di corsa, solventi
Parvero e ciò che videro, vitree correnti;
Devastato animava l’ambiente di soqquadro.
Proferita loro la morte s’adeguarono
E chi fu, ben prima, già nel loro entrare, ladro
Restava colui che depredato fuorviarono
Concentrazione d’energia posta terminante
La presenza d’Arrigo, d’evocata partenza,
Sognato da essi l’andare altrove, distante
Determinò un cambiamento, la sua assenza
CANTO VENTICINQUESIMO
lignaggi di proposte avvisaglie coscienziose
Muovevano all’alba sogni dei viaggiatori
Stanchi di crepuscoli delle passate veglie
Ripristinando panorami eterei; faziose
Virtù dei paesaggi furon neonati colori,
Le forme che mutano nei cieli di continuo
Attraversati i toni delle accese sveglie
Che in parte del sonno lasciano il residuo,
A farsi avvolgere da sensazioni lontane
D’uno dei tanti che nel prototipo soggiorna
Assorto nel più plausibile riposo. Grave
Il suono del suo russare che aereo ritorna
A sentire d’un corpo stanco la vita adorna
Se possiamo noi sentirlo e riposar solo
Rendendoci l’oggetto che a russare coro
E cultura sentiranno loro che affanno
Provano come Arrigo può provare russando.
Resisti al forte abbraccio degli avvenimenti
Tu che come vedi, sempre sarai costernato
Nel riposo colpevole agli impedimenti
Dovuto nel cocchio d’un avvenire agitato
Dai molteplici aspetti, cisterna di fittizio
Fatto se non le dedichi un lungo comizio.
Così è tua moglie che ti guarda riprendere
Le forze nel letto, svegliata da un bagliore
Non più giovane sei dell’uomo che lei sposò,
Non di molto almeno di chi la sa offendere
O darle un’opinione su chi lavorò
Per te, per vedere chi sei nel mondo migliore
Che riproponi a chi di meglio sa già fare
In alternativa, chi non ti sa afferrare
Può solo rendere conto di chi sei, capace
Di operare e relazionare nel mondo
Che conoscono di nome e di fatto. Rase
Al suolo le aspettative che facilmente
In ambito ripetitivo e sciente sfrondo
Come piante da frutto cresciute alacremente
M’accorgo che fu lì che Alessia ebbe vita
Che trovò luogo, che fu allora concepita
Dafne disse in seguito ad Arrigo:- pace
A te e all’uomo che ho da poco sposato
Che mi ucciderà ben presto se perspicace
Sono, è lui; come sei, sarai; fu in passato
La scelta motivata di averti m’infonde
Calma e sicurezza chirurgica autoptica
Come un bisturi non funziona nel microonde
Bensì voglio vedere l’illusione ottica
Alla tua partenza, luce pregiata fulminea
Che con tempestività mi colleghi in linea
Con i luoghi ove tu viaggi, non ne sai nulla?-
Le rispose Arrigo:- a fomentarti l’animo:
Vane oneste credenze; peggio una betulla
Che ti cade addosso e ti mette il panico
Nelle ossa, quant’al resto non so chi conduca
se la stanza ha vita propria, da selvatico
Vivente viaggiatore quale sono, ludica
Esperienza che vivo! Adesso anche impudica
Come tu vorresti, per vedercene sposàti
Gli anelli, ma come vedi io non lo porto
E non ancora ci siamo noi due impalmati-
Detto questo vide illuminata chi ha torto
La camera le tapparelle tutte e viso
Per non dare più adito ad alcun sorriso
CANTO VENTISEIESIMO
Il cantiere che procedeva tra le ferraglie
Tramutò dei sommossatori acuti artefici
D’un edile mucchietto di losche cianfrusaglie
I cui fautori avessero scopi malefici
In creatori d’un futuro spazio d’evidenza
Da ciò che prima erano: animale semenza.
Trovatisi a lavorare ad un palazzo
Una ventina di loschi individui, ingegneri
Distinguere i quali è impresa da pazzo
Per facili progetti con i loro bicchieri
Al gancio, per la prima volta fuori da casa
Disboscata ormai bene la zona, trovatisi
A discutere davanti al fuoco, su carta
Avrebbero, l’abitazione designatisi,
Un sogno che loro non avevano riposto,
dal castel dove sempre abitarono, disposto.
Innocua la rassegna assegnazione compiti
Ente In sé confuso parlottare ciarliero
Spezzare i freddi fluidi dentali battiti.
- questa casa sarà ciò di cui andrò più fiero!-
disse Vertuz:- se per giunta non credi, fottiti!
Disegnerò la mia parte per darmi adito
E che lo dia ovverosia non sia che lo prenda
Se un giorno muoio sarà finita la faccenda
Sdraierò morte spoglie sul decoroso reddito
Non marciscano o ne scaturiranno vermi-
Dai bulbi, dalle interiora, dagli acuti sterni
Proliferar di bestie da un sommossatore
I suoi simili decisi non permettevano
Sentiamo parlare ora Cristuz l’oratore:
-
Rifocillati a sazietà ci avevano
Non eluderemo il castello al ritorno
Ma tutti non disegneremo in tale loco
Qui ci accamperemo per poter disegnare
O l’antidoto a poco ci sarà servito
Dalla base, materiali faremo arrivare
E andremo noi a ritirarli- impietosito
Dai musi lunghi, Cristuz non cambiò posizione:
- ci accamperemo qui e porteremo avanti
il nostro progetto, come mia, vostra intenzione,
passeremo giornate lunghe e massacranti
al lavoro sulla reggia senza precedenti
che sognammo da piccini e completeremo
facendoci forza, stringendo forte i denti
e l’un l’altro con robusta virtù aiuteremo
ad eriger questo eterno nostro domicilio-
Dalle sue parole non erano le lontane
Menti che intaccate, e dall’audace figlio
Di Pliks rinvigorite a suono di panzane
Quali questa robusta virtù tanto cianciata
Che ne sentiranno certo in molti, citata
Forgiarono all’unisono la volontà
Di fare d’esso monumento a Sua maestà
Avevano, seppure studiato per un fine,
Cianciato a perdifiato dell’amato Sire
Dove un giorno erano stati gl’alberi
Si trovarono a montare le larghe tende
I sommossatori con i compagni mantici
Quando l’uno mazzetta, l’altro conta l’averi
- Potrà servire una foresta di lanterne!
-
Certo con i pochi denari inutili spicci
Arrotondi il martellabile che hai appresso-
(ai fini della storia cala quatto buio pesto)
CANTO VENTISETTESIMO
Giunti alla nuova prospettiva d’esistenza
Che oltre l’ira gli fu vivamente proposta
Delle secrezioni altrui notata l’insistenza
Fecero d’una vita gramamente riposta
Gli ureavidi aspettativa spettacolare
Divertimento in massiva dose molare
Di quantomeno ce ne si potesse aspettare
Fu così che allorquando mossi dall’invidia
Si fecero strada tra i morti consociati
Con acuta relegante natural perfidia
Alla secrezione assidua d’energie votati
Discretamente instabili nel tinto bio fluido
Variopinta vital soggiogata fraudolenza
Diede a pensare la sussistenza d’un druido
Fosse correlata a tanto grama esistenza
Mischiate laggiù defraudate ambite le forme
Una stanza apparve creando logico scompiglio
Tra coloro, d’altrui viaggio tramate le orme
Calpestato il volere dell’interessato
Unico partecipante dal sangue vermiglio
Che ha predilezioni: trovarsi nel passato
E non avere bisogno di capire molto
Come essere per sempre a suo modo stolto
Gli permise di protrarre i macabri sogni
Da finzione a realtà, realizzandone d’ogni
Forma e varietà, già trovato il contesto
Che altrui non fosse ma che da lui non dipende
Così s’impose attirato dal luogo funesto
Come macchina va per ciò che essa sospende
Nell’aria, nei raggi del fioco voler vivere
Che è la macchina a volere dirigere
Per luoghi partecipi attivamente nei viaggi
Come terra nei lampi dei soli personaggi
Ritratto il luogo nella lunga permanenza
Un ureavido scostò forze dalla partenza
E propria vita dalla solerte vanità
Accortosi d’essere lui chi apparirà
Prese a destarsi in lui marcato sospetto
Di lesa identità del corpo alieno riguardo
Lui stesso e vicini ad esso dirimpetto
Ad Arrigo bastò dunque gettare lo sguardo
Nella stanza scorgendo un curioso pulsante
Avvicinandosi ad esso senza toccarlo
Per vedersene dall’uso davvero distante
Ma sentì un richiamo intimo incitarlo.
Provvedere a far sì che venisse azionato
Rese prerogativa di carattere innato
Per l’ureavido comunicarne la funzione
Seppure a posteriori, tramite afflizione
Della macchina stessa, da quel luogo scomparsa
Ormai lontana dal giorno della sua partenza
Quando vedemmo una pira iniziale arsa
Pregustando la futura natural violenza
Che la lettura approfondita non ci risparmia
In caratteri che il caldo fuoco dilania
Che tu ci narri e che leggere non ti neghi
Come a sezione veduta di corpo morto
A bisognosa fonte la miglior vita preghi
Affinché ciò che desideri non sia contorto
Da chi e da ciò che prega altrui come è d’uopo
Qualora i giammai più vivi si ravvedano
Tra gli ureavidi il rito resta il gioco
E dopo ogni partenza d’ovvio si legano
CANTO VENTOTTESIMO
Accudire benevolmente stagionature
Di fertile potenziale disio per amarle
Cuciva oggi nelle trame un bieco viso
Che nel tessere le vistose scanalature
D’una stoffa, pose alcune gocce per portarle
Ove malgrado un incontro, tessuto intriso
Del carattere di esse, in quanto d’umane
Sembianze gocce voleva per poi raccontare
D’avvicendamenti e di ciò che può mischiare
Con gli accadimenti che dal viaggio scanditi
Quando s’incontrarono sé Arrigo medesimo
Con un anello in una tasca dei vestiti
Intento ebbe di scambiare il portatore
Cui fu lecito richiederne fine intimo
Chiese allora a sé stesso Arrigo il maggiore
- porta a Dafne questo dono, inginocchiati
ricordo d’averlo fatto, risa risparmiati
in un momento serio qual chiederle la mano
nel tuo odore caduta come chiaro vento
cinge, i rami d’ogn’albero in un lamento,
ella la tua vita, come popolo sovrano
Defraudato per sempre d’un loculo privato
Ovunque io vada, tu va, a te non dissento-
Il minore accettò di buon grado la proposta
Vide lei nel salotto sedutasi composta
Risparmiandosi pensier di chiunque se ne burla
D’un uomo la qual vita tu narri; incespica
E accadrà come al contrario, che udrai
Perfino dello stomaco tuo le nobili urla
Nella dipinta svelata vita domestica
Fare di ciò che tesseva, cibo per mugnai
Poiché la stoffa serviva alla sepoltura
In un campo di grano, d’un maiale a lei caro.
Nel tessere provava e mostrava premura
Tanto che non l’avrebbe smossa neppure
In terraferma la caduta d’un alto faro
Era ferma la donna dalle mille posture
In un solo rito educato vicendevole
Tra lei e il tessuto, quando girò il capo
Nella posa che ai posteri ammirevole
Fu detta per riscontro e soave ma fievole
D’amata inconsumabile spinosa bellezza
E forte di risposte sulle motivazioni
La sua, promessa e vitrea, turgida carezza
Di richiesta in proposta in nuove nozioni
Acconsentì per lei che accettò di buon grado
Il dono con tutto ciò che concerne: regalo
D’un uomo che nulla s’aspetta più di trovare
A fianco che un dì una donna da sposare
Vicino a lui che possa star, cui dare amore
Fuori dalla casa Arrigo attendeva irrequieto
Sapendo che sarebbe uscito da gran signore
E avrebbe vissuto in un futuro lieto
Apparentemente per molti e molti anni
Verificato aveva il giusto procedere
Ignoro le sue conoscenza di volontà
Che sono armi necessarie per eccedere
A volte nella stima dei propri grossi danni
Ma all’idea di scrivere cosa proporrà
Ardo febbricitante attendendo la tua morte
E il corso dell’atto a non più accadersi
Rende le nozioni, di una stanza le porte
Che Arrigo chiamano, atto a dissolversi
CANTO VENTINOVESIMO
Distrutti dal pesante e consono lavoro
Ad una cava d’imponente lucido marmo
Sommossatori scelti trovarono ristoro
Nel pratico e semovente viscido pranzo
Per il quale un enorme coriaceo lombrico
Diede la gustosa significativa vita
Che possedeva, dibattendosi, al nemico.
Tagliare i lastroni era cosa riuscita
Li aspettava il trasporto su una lunga
Rocciosa insidiosa nonché ripida salita.
Nel trasporto a mano prima che l’era giunga
Dei macchinari, loro la forza dava onore;
Nel dimostrare acute capacità d’attore
Di gesta nelle quali impiegarla era d’uopo
Fitto com’era nelle loro menti lo scopo
Tanto da sembrare grande come dell’ordine
La soppesata incontrastata motivazione
Giusta inderogabile quanto d’un fior, polline
Fresco. Ciò comportava a terzi esecuzione
E gaudio e riconoscenza e pance piene
Ad un tempio sotto le stelle il monolito
Serviva; ultimato, appiccicoso più del miele
Affinché esso non restasse ancora pulito
Attraverso anni e secoli a venire,
Così permettendo agli insetti di morire
E ripetere la sorte degli avi uccisi
Come simbolo di prevalenza della specie
Che dell’egemonia persistente, dava avvisi
Nelle terre ove razzia di bei corpi fece
E prigionia di modelli-guida altrui permise
Incurante di come diverrà il becchime
Del proprio flagello nelle vistose e magre
Bellicose e fatiscenti vie del consumo
Offerti un giorno alle campagnole sagre
Cucinati freschi, secchi, nel modo opportuno.
Era su lunghi legni appoggiati al terreno
Che il sacro minerale scorreva col peso
Della giusta atroce fame di gloria in seno
Dal monte staccato, successivamente reso
A fronte della comune volontà espressa
Da Gru e acclamata dalla presente ressa
Al suo comizio secondo la quale lo spreco
È il padre della selezione numerica:
Vedeva sacrificati loro che di sbieco
Avessero visto la bontà cadaverica.
Alto disco focale d’ellisse planetaria
Faceva della calura il loco dell’aria
Inquinata in precedenza per la vittoria
Che portava allora l’atrocità irrisoria
D’un male apportato socialmente accettabile
Quale d’annullato evitato mortale effetto
Proposto, com’era all’esordio, curabile
Anche da chi d’averlo creato aveva ‘l difetto
I passi lenti d’un forte gruppo al lavoro
Conciliavano e l’attività spirituale
E il riposante crudo e svolto ristoro
D’una razza che estinguerebbe l’animale
Se sola sopravvivenza potesse trovare
Con l’implicito e raggiungibile decoro
Cercando verso la vetta lontana un passo
Difficile introdotta insolita introspezione
Raggiunta forse di già dal semovente sasso
Che serviva alla molto sacra costruzione
CANTO TRENTESIMO
Sfumeggiante atteso ritorno i partecipi
Ureavidi trovò giocare disinibiti
Attorno a ciò che internamente silenzio
E buio proponeva al viaggiatore. Debiti
Morali s’era posto poi chi, assaliti
Fratelli aveva reso, tramite l’avversario;
Creando così un tasto enormemente importante
Che ancora adesso dalla stanza è distante
Egli come molti simili di corpo privi
Aggirantisi nel caldo loculo furtivi
Febbricitante all’idea conscia spasmodica
Di movenze eterne piroettava dirompente
Nella prigione di conoscenza metodica
Dalla risposta di ogni singolo presente.
D’altro canto rinchiuso v’era lo sconcertato
Individuo. S’accorse di non aver pigiato
Il tasto Arrigo; non appena fu arrivato
Fu soddisfatto d’averlo potuto tastare
E poté localizzarlo con sommo piacere
S’accorse, interrogandosi, d’un particolare
“Se esiste un bottone, posso il controllo
avere su dove andrò, com’acqua nel bicchiere?”
all’evidente risposta affermativa; crollo
di mani sull’oggetto intravisto nell’oscuro
mezzo di viaggio che t’appassiona di sicuro
quest’azione ebbe effetto pure all’esterno:
Brulicare s’udì come mai prima un suono
E l’avvolgersi sobrio degli ureavidi eterno
Divenne scontrarsi con le pareti e tuttoCiò che sentirono era di loro il buono
E ciò che avrebbero scongiurato: il giusto.
Avvisaglie d’intenso odor di macabra lotta
Per trovare il predefinito posto attiguo
Alle pareti della stanza che mossa scotta
D’avido cibarsi d’un limitare promiscuo.
Un solo ureavido poté alla fine entrare
Che vide suoi moltissimi progetti albeggiare
In vista d’un viver dedicato a costruire
Ciò che l’aveva accolto per riuscir a fuggire
Alla volta d’un tiepido sol d’una mattina
Estiva piena d’alcune nuove conoscenze
Che a suo comando giunti sarebbero apparse
Per creare i suadenti occhi d’una bambina
Che ceneri del padre avrebbe alle semenze
Lanciato, della gente vidimate le farse.
Tutto in programma dunque, da lui predisposto
A darsi fiducia l’un l’altro come composto.
Ecco che i molti presenti presero a dar
Adito a quell’energia utile per far
D’un viaggio desiderato oggetto non raggiunto
E d’una partenza il suo fautore congiunto
Volti all’inconsumabile innata destrezza
Nel secernere il necessario alla stanza
Per partire da quei luoghi dai suoni d’estrema
Nuova e tastabile recondita dolcezza
Senza incontrare tra loro una discrepanza
Ascoltandosi l’un l’altro andare fuori tema
Come chiunque farebbe appena si può parlare
Dopo che il silenzio, consunto l’ha travolto
Trovandolo con le sue armi a destreggiare
Ad una stanza che adesso parte rivolto.
Lasciata essa, perduta, nuovi passatempi
Arrivano a concretizzar maturi esempi
CANTO TRENTUNESIMO
Solerte parvenza d’arrivo, lampo saettante
A presentare al mondo per la prima volta
Una stanza poco arredata di fluorescenza
Verde al cui interno si svolgeva pesante
Una discussione che non già declamo svolta
Sull’attitudine a vittoria di coscienza
E sull’unicità della posizione ovvia
Di un pacifista verso la nera bisboccia
- Io sono Lastanzio- disse forte l’ureavido:
- e sono arrivato fin qui per creare codesta
macchina al cui interno io sono, pavido
e non ansioso della morte, aleggio funesta
vecchiaia dei meccanismi, sovverrò animo
dei miei simili con ludico suono di festa.
Devi ora tu distruggere l’alta parete
Ma io diverrò il tuo cane, m’infonderete
Il coraggio ch’avesti tu, vistoti morire
Io ti fornirò energia anabolizzante-
Rispose Arrigo avendo sentito questo dire
- odo la tua voce così grave e sprezzante
compiacermi e diffondermi energia raggiante
ciò che hai detto eseguirò per il mio diletto
vedo che controlli e diventi il mio cane
sorge ora logico legittimo sospetto
che ti dovrei chiamare Rufus sul tuo collare
adeguerò i miei ambienti alle esigenze
tale rimasuglio che sarai di due veemenze-
partì allora Arrigo con un grosso martello
a distruggere il breve muro dall’interno
che ruppe presto e con impeto, con audacia
aprì una breccia dall’odore d’acquaragia
filtrò luce dall’esterno che verde apparì
E di morte nauseabonda il suo faccino
Ricoprì, volto di chi di morte non carpì
Se non il fascino di non averne vaccino.
Il senso di colpa s’impossessò di lui, mesto;
E di volata Arrigo se ne andò via lesto
Seguito da un cane ultraenergetico, buono
Forse anche al palato, ma dalle celate
Sorti di chi la vita sortisce da un luogo
Dove tutte le verità dall’uomo svelate
Danno spesso occasione di sapere il nuovo
Assetto di vecchie storie magiche fatate.
Mi rifaccio a te per le vicissitudini
Trascorse che attraverso il verbo vidimi
E trascrivo i fatti accaduti nel frattempo
Ma quando Arrigo vide Dafne nel maltempo
Verso lei si rifugiò appieno disperato
Uscito dal ruder che avrebbe un dì creato
- quale sorprendente mirabile sbottonata
gentildonna veduta questo buio giorno estivo
sei nei miei occhi a calda brezza accomunata
persuadi a sollecitar questo corpo vivo
a sapere sempre che oggi t’avrò baciata
tanto il calore che io già per te sentivo
datomi a sapere scorta te mia amata
ove per cercarti fino ad ora partivo-
gli occhi tutti chiusero appassionati entrambi
e primo il contatto non volle più smettere
nel giardino allagato dal volere dei grandi
quando il periglio della foga sa cogliere
dei cespugli e dell’erbaccia i verdi manti
sconosciuto ai due quanto chi li può perdere
CANTO TRENTADUESIMO
Scoraggiati dalle avverse affinità, concetto
Riguardante le male sorti troppo simili
I goidi radunati la sera accanto al fuoco
Esposero come gioielli senza un difetto
Gli ureavidi che custodivano, timidi
Attratti dall’interazione che se per gioco
E passatempo, buono e vitale progetto
Accadeva, faceva sentir meno inutili
Davanti a un mondo dall’aspetto sì fioco
al tempo stesso vitale per poter soffrire
unica cosa rimasta per chi non si ciba
una volta atteso tanto agognato imbrunire
che della forma adulta ha scorto le sembianze.
Fu una serata di conversazione attiva
A proposito di sommossatori, mattanze
Che sembravano non poter non restare tali
A percezione di chi dovea rasserenarsi
Grazie a ciò che non poteva ancora sapere.
La serata ebbe inizio con presentazioni
Cominciò in seguito trovatore:- far bere
A qualcuno che con te in tutte posizioni
Vive, sulla riva dei ruscelli ottenebrati
Pure quando il fiume splende vivo e fresco
Dalla fauna dai vari viscidi vertebrati
È condizione in cui coscientemente cresco
Vanto di un’appartenenza alla sapienza
Che ci rende tutti speciali sotto quel cielo
Che scrutiamo con troppa disfatta indifferenza
Del calore estivo e dell’invernale gelo
Parte costituente se non segnal, verifica
Che la nostra viva percezione modifica-
Attorno a lui chi sbadato volle asserire
- devastando succinte repulsioni maligne
se con la destrezza potremo un giorno agire
saremo i più forti, e duri come pigne
contro l’usurpatore congenito di razza
che il nostro mondo come una propria tasca
senza ritegno o barlume mitico tratta.
Riusciremo ancor la volta che perseverando
Faremo di loro l’informe ammasso di pasta
Che loro di altre specie, futura natura,
Stavano elegantemente già considerando
Grazie agli infusi che di non sola verdura
Sono ormai abili a produrre, conservare
Per accompagnamento all’ora di mangiare
Che fare dunque per liberarci dal veleno?
Dico di seguire i piani dei prigionieri
Che ora liberi di vociferare appieno
Vorrebbero poter essere stati corrieri
Della ribellione che a loro architettare
Non è negato dato che armi noi dovremo
A turno o insieme ai giovani imbracciare-
Aleggiava insieme a folate di rivolta
Un venticello montàno di grigio mistero
Che la radura inoltrata investiva sconvolta
Dai giunchi, dai rami e dagli arbusti boschivi
Fin dalla palude alle pendici del monte
Umido e ottenebrante cuori lascivi
Che futura rivolta hanno stampata in frontePer far di loro liberi esempi di grandezza
Loro, saggi dall’identificata fierezza
Combattenti un giorno la guerra per la vita
Attendenti per ora del piano la riuscita
CANTO TRENTRATREESIMO
Custodiva abilmente l’avvenire implicito
L’essere cui, povero, richiamo l’attenzione;
Mai quanto magistralmente era magnifico
Il modo in cui combinava a sé porzione
D’eventi e concetti indelebili ai sensi.
Dimostrazione dell’abilità di circensi
Giochi che non abbiamo ancora meglio intravisto
Poiché solo scorgere possiamo noi l’immenso
E raccontare è mestiere che fa propenso
Anche il più alto dei pestatori di merde:
-ciò che è accaduto che anzitutto capisco
forma di vita che qui defeca e disperde
è che t’alimenti di troppo terrena cosa
non so dove guardare per trovarti ancor fresca
ma la fresca fortuna hai deposto in posa
dettagliatamente studiata apparsa festa
d’una stabilità ferrea, lignea e corposa
che sull’asfalto caldo fin da oggi resta-
farebbe comodo a noi sapere a quale
individuo o animale si riferisse
Con questo tono a cui aggiungere morale
È cosa che farei se egli non mi sentisse
Supponendolo, essendomi fatto qualche idea
cose dette da lui vi sono: una marea
vissuto fin dai tempi di totale pangea
quando egli pesta cacche avvenimenti ispira
di chi fittizio pensa e parla e respira
sta a noi raccontare il tutto, continuare
raggiungendolo e contro di lui imprecare
prostrarci indomiti alla nudità del crudo
esempio che noi stessi costituiamo, completi
nella storia che reale, vera, qui eludo
nelle vicissitudini di apologeti
che non ancora scomparsi troveran concretitempi di svolgimento, di miglioria: da feti
all’età adulta, prigionia e libertà
si danno spazio dove egli camminerà
prima anche solo che egli muova un passo
questo lavoro sarà terminato e come
un sogno sparito dalla mente il ripasso
potrà concedergli nessuna delle sue forme
e mai si potrà raccontare di questo senza
farsene un’idea o capire chi presenza
di sè cela anche ad un’interlocutore
quale chi trascrive, che può solo immaginarsi
ciò ch’è raccontato, improvvisandosi scrittore
all’occhio nudo di chi sa immedesimarsi
così, brutto muso, sei fermo lì, ma puoi darmi
ancora molto tempo per poter tramandare
già che ti ho descritto, tutto ciò che accade
nel caleidoscopio delle tue macchinazioni
senza tralasciare sfuggiti particolari
e senza negare che commetto imprecisioni
quanto imprecisatamente di quei tuoi molari
racconterò d’altro contesto masticazioni.
senza bisogno di specificare l’oggetto
del tuo pensiero mi soffermo a soppesare
la merda che schizza lateralmente di getto
attorno alla suola, come luce solare
schizza dalla finestra nella mattina estiva
che tanto bramiamo nell’invernale creativa
stagione a cui tu, forse, dai forma, colore
quando la cacca calpesti con immenso ardore.